21 settembre 2026

Una riflessione sulla perdita di efficacia educativa del sistema-famiglia e del sistema-scuola in relazione all'attuale decadenza della società


Una società basata sull’edonismo e sul presente come l’attuale, dove la caduta dei valori e degli ideali è ormai a precipizio, potrebbe essere stata causata anche dalla perdita di severità delle due istituzioni preposte all’educazione dei nuovi membri della stessa: la famiglia e la scuola.
L’articolo indaga la correlazione fra i tre eventi e pone un quesito aperto sulle possibili soluzioni, senza auspicare come unico rimedio il ritorno a condizioni preesistenti.

Una società che mira alla gratificazione istantanea

Alcuni giorni fa un’emittente radiofonica ha trasmesso un’intervista all’esimio professore Andrea Carandini, archeologo luminare dell’università La Sapienza di Roma, che, nel commentare il proprio saggio Alla mia età, si è dilungato su una serie di considerazioni di carattere sociale che hanno dato origine alla riflessione che viene illustrata di seguito.

Nell’intervista, il professore descrive l’epoca attuale come “fanatica del presente”, e, di conseguenza, isolata dalla storia passata dell’umanità. Presentismo, culto narcisistico dell’individuo, attualizzazione del passato, disinteresse verso i retroscena culturali sono innegabili caratteristiche del periodo attuale della società occidentale, ma a questi concetti il professore ne aggiunge uno piuttosto singolare: quelli che egli definisce “piaceretti” (“premi un pulsante e ottieni questo, ne premi un altro e ottieni quest’altro”, “mi modifico il naso, mi gonfio il seno, mi sgonfio il sedere…”) non portano ad alcuna stabile gioia.

Nel denunciare l’edonismo imperante, il professore si è lanciato in un’accusa che ha scatenato l’indignazione intrisa di “gender-correctness” dell’intervistatrice: la colpa dell’attuale superficialità della nostra società starebbe nella perdita di vigore, all’interno della famiglia, della funzione paterna, che, a differenza di quella materna, preposta a generare e covare, ha il compito di indirizzare il pensiero tramite il porre limiti a ciò che è permesso e permissibile (il professore si è poi trovato a dovere immediatamente chiarire che per funzione paterna non si intende il patriarcato, e che la stessa può essere anche, eventualmente, esercitata da una donna, giusto per non rischiare di dispiacere troppo la sensibilità degli ascoltatori in termini, appunto, di “lessico di genere”).

Non solo: il professore è giunto anche a fare un’interessante correlazione tra la perdita di funzione paterna all’interno della famiglia con quel che analogamente è avvenuto nella scuola, ossia nell’istruzione pubblica, dove assistiamo alla stessa perdita di severità della funzione dell’insegnamento; per poi concludere che, finché entrambe queste funzioni non saranno restituite nella loro interezza, l’unica prospettiva che ha l’attuale società occidentale è di “finire tutti massificati in braccio a un dittatore”.

La distinzione fra il ruolo materno e quello paterno nell’educazione dei figli

Abbiamo accennato prima al fatto che la funzione educativa paterna consiste nel “porre limiti a ciò che è permesso e permissibile”.
I ruoli educativi paterno e materno sono infatti differenti, nella pedagogia classica come nella realtà naturale.
Mentre il ruolo materno è, storicamente, un ruolo di accudimento e protezione, mirato a rassicurare il figlio dal punto di vista affettivo e della sua accettazione, quasi indiscriminata, come persona, quello paterno, altrettanto indispensabile dal punto di vista formativo, consiste nel porre limiti al fine dell’insegnamento del rispetto delle regole (famigliari prima e sociali poi). Inoltre, nel rompere la simbiosi tra madre e figlio, la funzione paterna spinge il figlio a confrontarsi con la società, dunque ad affrontare i rischi correlati al confronto e avviarsi all’autonomia.

Una funzione paterna esercitata correttamente aiuta il figlio ad imparare a gestire la frustrazione derivante dallo scontro con l’autorità, e a riconoscere il valore importante dell’autorità all’interno della società.

Il sistema-famiglia e il sistema-scuola

Ora, la famiglia è un sistema, così come lo è l’istruzione pubblica. Entrambi questi sistemi sono deputati allo svezzamento (fisico, mentale ed emotivo), all’educazione e all’istruzione dei nuovi membri della società. Ed è evidente che la durata di questo “svezzamento” ha ormai di gran lunga superato quello che soleva essere: basti pensare al fatto che alle famiglie spetta oggidì mantenere i figli mediamente ben oltre il loro ingresso nell’età adulta, a causa della crisi dell’occupazione, e che la durata media di permanenza all’interno del sistema-istruzione dell’individuo è molto superiore a quella che essa era anche solo cinquant’anni fa (in buona parte per lo stesso motivo).
Eppure, nonostante una maggiore durata in carica di queste due funzioni all’interno della nostra società, la loro efficacia si è notevolmente ridotta.

Vediamo dunque di analizzare come il sistema-famiglia e il sistema-scuola hanno perso efficacia nello svolgimento della loro funzione di svezzamento dei nuovi membri della società.

Verrebbe da pensare che la perdita di efficienza del sistema-famiglia sia iniziata prima di quella del sistema-scuola, e ne sia anche una concausa.

Come si è modificato il sistema-famiglia in relazione alle modifiche del sistema-società

Innanzitutto, che cosa si intende con sistema-famiglia? Oggi la famiglia media (tralasciando le coppie senza figli, che non sono oggetto di questa indagine) è composta da padre, madre e uno, più raramente due, o tre, figli. Una volta invece la famiglia era un nucleo molto più ampio: padre, madre, figli della coppia, genitori di entrambi, sorelle nubili costrette a restare all’interno del nucleo familiare originario non avendone creato uno proprio, ecc. L’educazione dei figli della coppia era demandata alla famiglia intera, dove soprattutto i nonni avevano una funzione importante di supporto, a maggior ragione se la madre lavorava.
Inoltre, la famiglia veniva supportata anche da un sistema allargato, dove i genitori degli amici dei figli, e i vicini di casa stessi, avevano a propria volta una funzione di controllo e insegnamento.


Nella famiglia di oggi, la madre lavora quasi sempre. Spesso la famiglia si è trasferita a vivere lontano dai genitori della coppia, in genere per motivi di lavoro, e la madre e il padre sono soli ad occuparsi dei figli. Non solo: i genitori della coppia sono sempre più avanti con gli anni rispetto ai tempi di cui si parlava a causa dell’innalzamento dell’età media in cui ci si può permettere di procreare, dunque sempre meno adatti a svolgere un ruolo di effettivo supporto. Il peso della gestione dei figli, dunque, lasciato in mano ai soli due genitori, grava, di solito (ed esclusivamente nel caso di madri “single”), maggiormente sulla madre, perché per tradizione è lei ad occuparsi della gestione della casa, della preparazione dei pasti, del lavaggio degli indumenti e di tutte le altre attività tipicamente femminili. Questo carico enorme che grava sulle spalle della madre lavoratrice italiana (e occidentale in generale) fa sì che essa arrivi a sera più spesso sfinita che semplicemente stanca. E una madre sfinita, e un padre stanco (ove egli sia presente), non vogliono altri problemi nel proprio quotidiano; mentre l’educazione dei figli spesso rappresenta un problema, e, nei casi più fortunati, comunque una fatica.
Allora i genitori più stanchi e meno attenti scelgono di accontentare i figli con vari “piaceretti” sostitutivi delle loro attenzioni, per essere lasciati liberi di riposare quel poco che possono. Ma questa mancanza di attenzione si tramuta, per ovvi motivi, in una mancanza di continuità nella presenza pedagogica genitoriale; e, mentre la madre non può sottrarsi del tutto al proprio ruolo di riferimento affettivo, soprattutto nei primi anni di vita dei figli, il padre è libero di sottrarsi completamente al proprio ruolo di guida e introduzione al mondo esterno.
Allo stesso tempo, questi genitori stanchi hanno spostato il proprio focus dall’educazione dei figli finalizzata a renderli adulti consapevoli e integrati alla tutela del benessere immediato degli stessi, che, se non sono più accuditi con l’attenzione che prima gli aiuti della famiglia allargata permettevano, sono però iperprotetti da ogni fonte di ansia e frustrazione. Le dinamiche educative attuali prevedono infatti un modello educativo orizzontale, in cui il genitore non si pone più come autorità di ruolo, bensì cerca l’approvazione del figlio, un po’ per la paura del conflitto, causa di ulteriore affaticamento, un po’ per compensare il figlio per le proprie mancanze, dovute alla propria stanchezza.

Come si è modificato il sistema-scuola in relazione alle modifiche del sistema-famiglia e del sistema-società

Come e dove allora questa perdita della funzione di severità all’interno del stema-famiglia si interseca con quella del sistema-scuola, e perché ne può essere una concausa?
Questa è una domanda molto più complessa della precedente, innanzitutto perché la scuola attuale ha tanti problemi da affrontare, di cui il problema della gestione del rapporto con le famiglie è solo uno. Qui vogliamo limitarci ad esso.
Dicevamo che i genitori stanchi non riescono ad occuparsi efficacemente dell’educazione dei figli e non vogliono ulteriori problemi nel loro quotidiano, dunque neppure quelli derivanti dal comportamento dei figli a scuola. Perché, però, allora, non scegliere di demandare alla scuola il problema dell’educazione dei figli in toto?
Forse per lo stesso motivo per cui si è persa la funzione genitoriale paterna: l’autorevolezza è stata sostituita dalla compensazione amichevole all’interno della famiglia, e lo stesso atteggiamento hanno iniziato a pretendere i genitori dalla scuola.
Ma perché i genitori hanno pretese nei confronti del sistema-scuola?
L’istituzione scolastica, un tempo pilastro educativo e sociale, oggi non riesce più ad imporsi come sistema di riferimento autorevole.
Un importante motivo è che l’introduzione dell’autonomia del singolo istituto scolastico e la logica delle scuole in competizione tra loro per attrarre iscritti hanno fatto sì che la scuola venga assimilata a un’azienda di servizi: gli studenti e le famiglie sono diventati “clienti” da soddisfare, e questo ha invertito i rapporti di forza, con la conseguenza che un giudizio negativo o una bocciatura non sono più visti come tappe educative, ma come un disservizio o un fallimento dell’offerta educativa.
La paura di denunce e ricorsi da parte delle famiglie ha reso la gestione disciplinare più debole, e, al contempo, il valore simbolico della professione docente e della sua autorevolezza si è ridotto enormemente. Ecco allora che il rispetto per la figura professionale dei docenti viene reso oggetto di pubblico discredito, e la scuola non è più vista come un’alleata fidata, ma spesso come un servizio da contestare.
Inoltre, in una società che tende a misurare il valore sociale in base al reddito, gli attuali bassi salari dei docenti ne hanno ulteriormente svalutato l’immagine.
Ecco allora che l’insegnante che valuta negativamente lo studente viene percepito come una minaccia esterna dai genitori iperprotettivi, anziché come una guida.
Non va dimenticato un altro elemento che, all’interno del sistema-scuola, insieme alla maggiore permissività educativa, ha effettivamente ridotto l’efficacia dell’insegnamento, e a cui vorrei però qui solo accennare: i genitori pretendono dal servizio-scuola che i figli siano liberi dalla scuola nei momenti stabiliti dalla società per il piacere (fine-settimana oltre alle vacanze di Natale, Pasqua e estive), con conseguente variazione dell’orario scolastico della scuola pubblica, concentrazione dei momenti dedicati all’istruzione nei cinque giorni infrasettimanali e conseguente sovraccarico di lavoro per le menti dei giovani (basti pensare all’orario attuale delle scuole, le ore di cinquanta minuti, l’intervallo di durata ridotta, i pomeriggi a scuola, ecc.).

Conclusione, o, meglio, quesito

Riassumendo, perdita di severità all’interno del sistema-famiglia, modificatosi in conseguenza alle modifiche del sistema sociale (cioè perdita della funzione paterna), e genitori iperprotettivi che non vogliono problemi derivanti dall’andamento scolastico dei figli; perdita di severità del sistema-scuola (cioè perdita di autorevolezza del corpo docente), in parte dovuto alla trasformazione dell’autorità scolastica in azienda di servizi alle famiglie, in parte alla modifica del sistema-famiglia esposta immediatamente sopra; e, come risultato di tutto ciò, la creazione di una serie di generazioni dedite ai “piaceretti”, e cioè alla gratificazione immediata e all’edonismo, a discapito dell’austerità, del rigore e del sostegno agli ideali che caratterizzavano invece le generazioni del secolo scorso.
La domanda che resta aperta è: come risolvere l’enorme problema sociale della mancanza di severità nella scuola e nella famiglia?
Sarebbe meglio educare generazioni non più così protette dai disagi provenienti dall’esterno come le attuali, bensì esposte agli stessi, ma più consapevoli dei limiti sociali che non possono essere valicati senza essere considerati asociali, o possiamo invece andare avanti come stiamo facendo?
Il professore la cui intervista si citava all’inizio si auspica che la severità venga restaurata all’interno delle famiglie e dell’istruzione pubblica, ma non si possono spazzare via cinquant’anni di evoluzione (o involuzione) sociale come se niente fosse.
Dove si stabilisce il confine tra protezione dal disagio e imposizione di limiti invalicabili?
La scuola dovrebbe tornare a bocciare, invertendo la rotta e tornando a responsabilizzare gli studenti? Perché questo sia possibile, le famiglie dovrebbero tornare a considerare la scuola come un’istituzione imprescindibilmente autorevole; al tempo stesso, per potersi svincolare dal giudizio della clientela famigliare, la scuola dovrebbe ulteriormente modernizzarsi, riallineandosi con il mondo del lavoro, qualificando e remunerando meglio i docenti.
All’inizio si citava il professor Carandini, che sosteneva che quelli che egli definisce “piaceretti” non portano ad alcuna stabile gioia. Il raggiungimento di obiettivi a lungo termine, invece, come il conseguimento di un’attività lavorativa soddisfacente, ma ancor più la costituzione di un saldo equilibrio interiore e l’accettazione della vita nella sua interezza, imperfetta quanto essa non può non essere, potrebbero essere i nuovi bersagli di un’istituzione scolastica e famigliare unitamente volte all’educazione delle generazioni future, e dunque alla formazione di una società meno imperniata sull’edonismo e maggiormente rivolta allo sviluppo armonico della personalità dei propri costituenti.

Marina Barberis

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