Quando si parla o si commenta l’arte contemporanea, in genere ci si astiene dal formulare giudizi precisi: al massimo si esprime la propria incapacità nel capirla o nell’apprezzarla. Questo approccio nasce dallo stravolgimento del suo linguaggio, ormai da tempo sganciato da canoni estetici, ma soprattutto perché essa si esprime in maniera sempre più freddamente celebrale. Anche i mezzi di informazione si astengono dal fare delle valutazioni, come all’opposto avviene per un film, perché il linguaggio dell’arte è divenuto astruso ma anche molto scivoloso da maneggiare. Tuttavia in questo conformismo diffuso ci sono dei critici come Andrea Barretta che giungono a delle conclusioni nette già sin titolo dell’ultimo libro: L’arte sorretta dalla parola.
Nel 2016 Maurizio Cattelan espose al Guggenheim di New York l’opera America. Un cesso l’oro posizionato nel bagno del museo e utilizzato dai visitatori in maniera inconsapevole. Nessuno di loro infatti sapeva di utilizzare una creazione di Cattelan. Quest’opera, ovviamente provocatoria, venne commentata sul «New Yorker» da Calvin Tomkins con queste parole:
Nulla di quello che ha fatto è di una bellezza mozzafiato paragonabile a questa...
L’operazione di Cattelan è chiaramente una dissacrazione che, come per tutte le sue opere, strizza l’occhio all’ironia dadaista. Cattelan, lo abbiamo detto in altri articoli, è un’operazione di marketing con una copertura mediatica incredibile. Tuttavia appare evidente quanto le parole del giornalista siano vuote e dissonanti rispetto a ciò che effettivamente sia l’opera in sé. Definirla una “bellezza mozzafiato” non può che essere considerato un commento imbarazzante esposto su di un giornale (ahimé) autorevole.
Marc Quinn è un artista che ha realizzato Self un suo autoritratto in silicone contenente cinque litri di sangue raccolti in cinque mesi. Per evitare il deterioramento dell’opera, essa è stata posta in una teca a bassa temperatura. A vederla sembra una testa mozzata, e a rifletterci su, la presunta opera pare essere più che altro un’operazione rituale macabra. Assolutamente inconsistente il commento dell’artista in merito alla sua opera:
Non sono interessato tanto alla sostanza in quanto tale, ma al modo in cui… si trasforma in qualcosa di spirituale. Sono affascinato dai limiti delle cose e sono interessato al modo in cui una sostanza può trascendere se stessa e trasformarsi in un corpo vivente.
L’unico alone spirituale percepibile attorno a questa opera non ha certamente un sentore positivo, inoltre l’opera sembra più che altro un esperimento o una sfida dell’artista da portare a compimento. Inoltre in merito al presunto valore artistico, appare evidente che per quanto si possa trovare un collezionista disposto a metterla in salotto, come la stragrande maggioranza dell’arte contemporanea, il vero fattore essenziale è il suo valore economico. Pertanto non è essenziale il messaggio in sé, quanto il suo valore economico nel tempo.
Nel 2020 presso la Quadriennale d’arte di Roma viene esposta l’opera Capitan Fragolone di Valerio Nicolai, si tratta di un’enorme fragola in cartapesta con dei buchi, dove all’interno si può vedere l’immagine di un pirata. La didascalia all’opera è:
L'opera di Nicolai interroga i limiti della composizione pittorica e la espande aldilà della tela, inglobando la realtà e restituendola al pubblico irrimediabilmente trasfigurata. L'innesto di elementi contraddittori, di associazioni inaspettate, segue una poetica guidata da immaginazione che scatena rivelazioni fantastiche.
Notate gli arzigogoli semantici, ma soprattutto il termine finale dove l’immaginazione “scatena rivelazioni fantastiche”.
Nel caso di The Zurich load di Mike Bouchet nel 2016 alla Biennale Manifesta 11 di Zurigo l’artista espone 80 tonnellate di feci umane disidratate e compresse in blocchi, ovvero il quantitativo di feci prodotto dalla città svizzera ogni giorno. In merito all’opera il giornalista Luca Beatrice nel suo blog ospitato tra le pagine de «Il Giornale» scrive che con questa istallazione: “...forse l'arte è arrivata a un punto di non ritorno” e che “Gran parte dell'arte contemporanea si guarda come un film porno, ossessionati dal proibito, dalla stranezza, dall'anomalia, dall’oscenità finalmente rimessa in scena [...]”. E conclude: “Se l'arte un tempo era condivisione e ricerca dell'utopia, oggi non risulta altro che… Metafora di una condizione disperata di un'arte che non sa altro che raccontare macerie”. Per una volta un commentatore va finalmente controcorrente raccontando una versione che sfata il mito dell’arte contemporanea e centra esattamente la questione!
Tra le pagine del libro in cui Barretta si sofferma esattamente sull’inconsistenza di queste operazioni di marketing, egli fa notare come:
...chi scrive e vorrebbe far passare per incompetente chi legge, che vorrebbe essere l'unico intelligente a commentare il fasullo che spesso sta in temi stra-usati. Ossia quanto esprime un aforisma di Wilde per un'opera per cui criticarla "equivale quasi a ricrearla" e chi non inventa "assolutamente niente" compie "un atto di genio puro e, in un'epoca commerciale come la nostra, indica un considerevole coraggio”.
Il mutamento semantico delle parole risiede esattamente nel capovolgimento di senso che ne viene fatto nell’epoca attuale. Atti di coraggio, genialità, presunta bellezza ecc. sono tutte parole abusate il cui senso è in fondo esattamente l’opposto.
Michelangelo nel XVI secolo scrisse:
Si affermano mille menzogne sui più celebri pittori, e la prima è il dire che essi sono strani, e che la loro conversazione è dura e insopportabile. È così, non la gente moderata, ma quella stupida, li giudica fantastici e capricciosi.
Concludo l'articolo con le parole del grande regista Werner Herzog sull'argomento.

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