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Gino Severini, frammenti di vita parigina

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Gino Severini non è solo un pittore italiano nel novecento a cavallo tra cubismo, futurismo e nuove avanguardie; egli è un testimone del suo tempo, un artista che prova a comprendere la sua epoca descrivendo l’arte e gli artisti attraverso la pittura e la scrittura. Ne La vita di un pittore racconta le sue vicende artistiche ma anche i suoi incontri con personalità come Balla, Boccioni, Marinetti, Picasso, Modigliani e Apollinaire. Un ritratto lucido e obiettivo quello di Severini, artista umile quanto basta per poterne esaltare le sue doti di equilibrato osservatore.

La sua carriera artistica comincia all’età di sedici anni (1899) quando decide di spostarsi da Cortona (suo paese natale) a Roma, città eclettica d’un’Italia in fermento politico e culturale. Sono gli anni in cui l’arte italiana “insegue” le innovazioni pittoriche degli impressionisti francesi, dapprima attraverso i macchiaioli poi con i divisionisti. Ma sono anche gli anni di formazione di una nuova generazione di artisti come Amedeo Modigliani o Umberto Boccioni che trasferitosi da Reggio Calabria giunge a Roma incrociando il destino di Severini. I due si lasciano guidare dal maestro Giacomo Balla che guida le giovani promesse nel mondo variegato dell’arte:

Fu Giacomo Balla, divenuto nostro maestro, che ci iniziò alla nuova tecnica moderna del divisionismo senza tuttavia insegnarcene le regole fondamentali e scientifiche. Giacomo Balla era un uomo di un'assoluta serietà, profondo, riflessivo e pittore nel più ampio senso della parola.

Dopo questo periodo di iniziale formazione artistica Severini decide di andare a Parigi nel 1906. Pur possedendo una scarsa conoscenza del francese ma amante delle sfide, raccolse pochi soldi sufficienti per affrontare il viaggio e giungere nella capitale francese, dove nonostante tutto riuscirà a cavarsela da solo. In pochi mesi Severini inizia a frequentare gli ambienti artistici della città e a fare le prime amicizie:

[…] quando ero a Parigi da appena due mesi, il caso mi fece incontrare con Modigliani. Salivo per la rue Lepic per andare verso il Sacro Cuore, quando, di fronte al famoso ballo del Moulin de la Galette, m’incrociai con un altro giovanotto bruno, con un cappello messo in quel modo che soltanto gli italiani sanno o possono…; ci guardiamo bene in viso, e poi, alcuni passi dopo, ci rivoltammo ambedue e tornammo indietro. Le solite parole che si pronunciano in quei casi, e forse non ce ne sono altre, sono queste: «Lei è italiano, mi pare?» al che mi risponde: «Certo, e anche lei, ne sono sicuro.» Ci affrontammo dunque, presso a poco così; ma poi c’informammo a vicenda che eravamo pittori, che eravamo toscani, e che si abitava a Montmartre. Il suo studiolo era proprio lì vicino; dalla rue Lepic si vedeva una specie di serra da fiori o gabbia di vetro, situata in cima al muro, e in fondo a un piccolo giardinetto. […] In ogni caso, Modigliani arrivò a Parigi un po' più armato di denari che non lo fossi io, e così aveva potuto farsi quella piccola dimora, poco confortevole ma sufficiente. Ed egli era soddisfattissimo, e, per dire il vero, anche a me piaceva più del mio sesto piano. Però viveva là in isolamento assoluto, mentre io, beato fra le donne ero anche troppo circondato. Fu lui che per ritrovarci presto e spesso, mi indicò il Lapin Agile, cabaret rustico, veramente tipico, frequentato soprattutto dagli artisti, e situato lì vicino, al crocicchio di due viuzze di Montmartre, la rue des Sales e la rue Cortot.


Amedeo Modigliani


Ciò che ritorna più spesso nelle descrizioni del pittore sono i nomi dei locali e le vie di Parigi come luoghi d’incontro tra gli artisti. Le Moulin de la Galette, locale notturno da ballo famoso soprattutto per il titolo di un quadro di Renoir, poi riutilizzato anche da altri artisti post-impressionisti. Il Lapin Agile locale di Montmartre che radunava la “banda Picasso”, ma c’era anche la Closerie des Lilas a Montparnasse, altro locale frequentato da coloro che, nei primi anni del novecento, si erano trasferiti dal quartiere di Montmartre a quello di Montparnasse.

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Braque e Picasso. Dal sito Park Modern Languages

Severini andò a vivere in uno stabile dell’Impasse de Guelfa, ai piedi di Montmartre, avendo come vicini di casa Georges Braque con la moglie e un trio ben noto negli ambienti artistici col soprannome de “la triade maledetta”: stiamo parlando di Suzanne Valadon, del suo amante Andrè Utter e del figlio Utrillo. Questa “allegra” famiglia era tra le più discusse dell’epoca soprattutto perché l’amante della Valadon (ex modella degli impressionisti) era coetaneo e amico del figlio Utrillo, il quale passava buona parte del suo tempo a ubriacarsi e a fare baldoria assieme a Modigliani.
L’amicizia sorta tra Severini e Braque gli permise di conoscere l’egocentrico Pablo Picasso che determinerà un carattere cubista alle successive opere di Severini.

Al principio dell'estate del 1910, una sera, al Lapin Agile, Braque mi presentò a Picasso, che mi invitò subito ad andarlo a trovare nel suo studio della rue Ravignan. Al contrario di Braque, Picasso è un uomo piccolo è tarchiato. A quell'epoca usavamo dei capelli di paglia detti “pagliette” a tese larghissime: naturalmente io ne avevo uno proprio alla moda, ma Picasso era più alla moda ancora, perché le tese della sua paglietta erano più larghe delle mie, il che accentuava la sua aria di torero spagnolo.
[…] Un po' più tardi m’invitò anche allo studio del boulevard Rochechouart, dove abitava con la sua amica Fernande, e là feci la conoscenza personale di Apollinaire.
Questi mi fece subito l'impressione di un Aretino moderno; raffinato, colto, caustico sotto apparenze bonarie; aristocratico e distante sotto l'aspetto semplice e cordiale; dalla sua corpulenta persona si sprigionava una grande forza di attrazione.

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L'nfluenza cubista di Severini nell'opera Nature morte (1917).


La succitata Fernande Olivier divenne una delle amanti di Picasso per un periodo di ben sette anni e per questa ragione fu più volte ritratta nelle opere dell’artista. Il poeta Apollinaire assiduo frequentatore della “banda Picasso” divenne anche un sostenitore del movimento cubista attraverso la scrittura di parecchi articoli e pubblicazioni in favore del movimento.

Il 20 febbraio 1909 su «Le Figaro» compare il famoso Manifesto del futurismo, artefice di questa pubblica diffusione era senza dubbio Filippo Tommaso Marinetti, ma anche il giovane Boccioni che sin da subito coinvolse l’amico Severini a sposare la causa del futurismo. L’idea di Marinetti non era solo quella di raccogliere quante più adesioni possibili, ma anche di gettare un ponte verso Parigi, la vera roccaforte culturale da conquistare. Ma l’adesione di Severini al futurismo apparve sin da subito assai debole (lo dichiarerà più volte), frutto più che altro dell’influenza di Boccioni:

Di tutti gli artisti che avevano scritto a Marinetti, io direi di un giudizio sfavorevole; avevo parlato di tutto questo con Modigliani, il solo che avrei visto volentieri con noi, ma queste manifestazioni non gli andavano, il complementarismo congenito lo fece ridere, e con ragione, perciò invece di aderire mi sconsigliò di mettermi in quelle storie; ma io avevo troppa affezione fraterna per Boccioni, inoltre ero, e sono sempre stato pronto ad accettare l'avventura, la novità, perciò scrissi a Boccioni che mettesse pure la mia firma sotto il famoso manifesto…

Inoltre Severini si accorse di alcune cose del gruppo futurista che proprio non sopportava, una delle critiche più dure mosse era senza dubbio contro Marinetti su cui afferma:

Non dico che Marinetti mancasse talvolta di generosità, soprattutto verso i suoi amici di Milano, ma mancava soprattutto di discernimento in quanto all'oggetto delle sue larghezze, e succedeva che una persona di poco valore, ma dichiaratasi futurista, ottenesse da lui più di una persona di vero merito.

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Una celebre foto scattata durante la permanenza dei futuristi a Parigi.
Da sinistra verso destra si possono riconoscere: Russolo, Carrà, Marinetti, Boccioni e Severini.


Severini assumerà anche degli atteggiamenti poco lusinghieri rispetto al movimento futurista. Quando nel 1912 venne organizzata a Parigi presso la galleria Bernheim-Jeune la prima esposizione futurista nella capitale francese, il pittore riguardo quell’evento criticherà l’atteggiamento eccessivamente concorrenziale e provocatorio dei suoi amici. Egli infatti riteneva più opportuno un inserimento “naturale” all’interno dei tanti movimenti culturali, senza troppi eccessi.
Altre critiche mosse da Severini riguardavano il comportamento e lo stile dei futuristi. Dopo la prima esposizione milanese del futurismo, il pittore e scrittore Ardengo Soffici dalle pagine de «La Voce» criticò il movimento considerandolo senza originalità ed interesse. Questi continui attacchi montarono l’ostilità dei futuristi che un giorno, giunti a Firenze, entrarono al caffè delle “Giubbe Rosse” in pieno centro città con l’intento di vendicarsi. Sicché Boccioni dopo aver riconosciuto Soffici gli piantò due ceffoni e Soffici per niente intimorito rispose con una serie di pugni. I protagonisti finiranno tutti al commissariato per poi venire rilasciati alcune ore dopo. Tuttavia, Soffici e gli altri membri della redazione ancora offesi da quel gesto, si mossero verso la stazione di Firenze dove il gruppetto futurista in attesa del treno che li avrebbe riportati a casa venne malmenato senza pietà.
Poco tempo dopo Soffici andò a Parigi e una sera in compagnia di Picasso conobbe il futurista Gino Severini. Il loro incontro, seppur turbato dagli imbarazzi della zuffa fiorentina, fu cordiale; anzi ne nacque persino un interesse reciproco che li spinse, il giorno dopo, ad andare a visitare lo studio dello scultore Medardo Rosso. Vista l’esperienza positiva, Severini sentì l’esigenza di scrivere una lettera a Boccioni riguardo al suo incontro il quale irritato da quella sorta di “tradimento” gli rispose con tono piccato, accompagnando la missiva con un numero de «La Voce» dove Soffici criticava il movimento. Ma Severini invece di mutare opinione rafforzò la propria, considerando Soffici la persona più autorevole per affermare certe cose, suggerendo inoltre maggiore dialogo affinché potesse interessarsi alla causa futurista.
Negli anni successivi infatti sia Soffici che Giovanni Papini distaccatisi da «La Voce» fonderanno la rivista «Lacerba» sostenendo apertamente il movimento futurista.


Apollinaire in divisa e con la testa fasciata.


Apollinaire dopo aver combattuto nel fronte francese durante la Prima Guerra Mondiale tornò a casa con una grave ferita alla testa che dovette curare tramite la trapanazione del cervello. Quell’infermità lo rese assai debole e mantenne il suo stato di salute assai precario. Sicché con la diffusione dell’influenza spagnola, la più grave forma di pandemia che la storia umana conosca, anche Apollinaire ne fu tristemente colpito:

Ma ad un tratto si sparse a Montmartre, fulminea e sinistra, la notizia che Apollinaire si era ammalato di spagnola e che subito dopo era morto. Ebbi appena il tempo di correre al 202 del boulevard Saint-Germain per vedere un'ultima volta il mio amico. Nella grande stanza rosa dove lavorava e dove tante volte eravamo stati insieme, egli giaceva sereno tenendo fra le dita il crocifisso che gli aveva messo madame Faure-Favier. Appeso al muro, al suo capezzale, era uno dei più recenti quadri di Picasso e dei più belli.


Jeanne Hébuterne in una fotografia e in un ritratto di Modigliani del 1919


Finita la guerra, la vita parigina riprese come sempre, anche se per molti artisti l’esistenza era ancora piuttosto difficile. Amedeo Modigliani era uno di questi sempre sull’orlo dell’indigenza aggravata dalle precarie condizioni di salute; da anni ormai soffriva di meningite tubercolotica che egli peggiorava mantenendo uno stile di vita inadeguato, con sbornie e inevitabili crisi fisiche. Solo la vicinanza della sua fidanzata Jeanne Hébuterne da tutti chiamata Noix de Coco lo induceva a migliorarsi:

Un bel dopopranzo del principio di autunno sedevo con mia moglie alla terrazza della Closerie des Lilas quando al largo del carrefour, e diretto verso il boulevard Montparnasse, vedemmo passare Modigliani. Lo chiamai e venne subito da noi, ma non volle sedersi perché aveva un appuntamento lì vicino. Ci scambiamo le ultime notizie personali e io mi rallegrai molto con lui dell'aria di prosperità e di salute che aveva. Era vestito di un completo di velluto grigio chiaro a righe, quasi nuovo; aveva un bellissimo foulard al collo, e si era fatto rimettere due denti incisivi che gli mancavano. «Si vede che sei sposato - gli dissi – e che Noix de Coco non ti lascia andare trasandato: sei contento?»; «Je suis très heureux» mi disse serio serio «e anche gli affari vanno.» Ci stringiamo la mano, e partì. Fu l'ultimo nostro incontro.

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