4 luglio 2026

Pappagalli verdi: l'umanità di un dottore tra le follie della guerra

Gino Strada è stato il fondatore di Emergency, e nel 1999 raccolse in questo libro, Pappagalli Verdi, le sue esperienze come chirurgo vissute in alcune zone del mondo dilaniate dalla guerra. Si tratta di memorie, ricordi, episodi, ma anche riflessioni, che riaffiorano ancora ben nitide alla mente del dottore e che lui trascrive con una cura delicata e rispettosa per chi della guerra ne porterà addosso per sempre il segno.

Il libro si incentra infatti su una piaga atroce, quella delle mine, che sono usate come strumento per disseminare ferite e distruzione a posteriori. Ed è una piaga ancora attualissima perché la statistica che riportava Gino Strada è rimasta la stessa: tuttora, ogni venti minuti, in qualche parte del mondo scoppia una mina.

Strada ci ha fatto il dono di trasmetterci ciò che lui stesso ha visto coi suoi occhi e sentito col suo cuore: il dolore, le menomazioni, la tragicità di quei momenti, l'assenza della luce dopo la perdita della vista, la trasformazione di un corpo dopo la perdita di un arto. Tutto questo vissuto da bimbi innocenti e dai loro familiari poveri e impotenti.

Il padre di Esfandyar ha sentito il botto, e ha capito subito. Ha avuto il coraggio, o l'istinto, di correre giù per il pendio, di entrare in quel campo minato, per andare a prendere il figlio. Si è tolto il turbante, glielo ha fasciato intorno alla coscia e ha preso in braccio - non riesco a immaginare i suoi pensieri di quel momento - quel bambino in fin di vita, maciullato. È tornato sui suoi passi, urlando a chiamare aiuto, ed è iniziata la ricerca disperata di un mezzo di trasporto, uno qualsiasi, per raggiungere un ospedale.

Pappagalli verdi è un libro tanto doloroso quanto necessario, perché produce sconcerto e incredulità, ed è proprio questo effetto a renderlo formativo e fondamentale. In un passaggio del testo, Gino Strada si chiede come sia possibile che ingegneri e chimici progettino intenzionalmente una mina giocattolo, fatta apposta per attirare un bambino e detonare solo dopo averla maneggiata per un po'. 

Non sono fantasmi, purtroppo, sono esseri umani: hanno una faccia come la nostra, una famiglia come l'abbiamo noi, dei figli. E probabilmente li accompagnano a scuola la mattina, li prendono per mano mentre attraversano la strada, ché non vadano nei pericoli, li ammoniscono a non farsi avvicinare da estranei, a non accettare caramelle o giocattoli da sconosciuti...Poi se ne vanno in ufficio, a riprendere diligentemente il proprio lavoro, per essere sicuri che le mine funzionino a dovere, che altri bambini non si accorgano del trucco, che le raccolgano in tanti. Più bambini mutilati, meglio se anche ciechi, e più il nemico soffre, è terrorizzato, condannato a sfamare quegli infelici per il resto degli anni. Più bambini mutilati e ciechi, più il nemico è sconfitto, punito, umiliato. E tutto ciò avviene dalle nostre parti, nel mondo civile, tra banche e grattacieli.

Ciò che succede in Pappagalli verdi non ha un ordine cronologico. C'è infatti un'alternanza continua tra i Paesi in cui Gino Strada ha prestato soccorso, e così il lettore si muove tra Afganistan, Ruanda, Perù, Cambogia, Gibuti, Pakistan, Angola, Iraq, Etiopia, Kurdistan, Bosnia ed Erzegovina. 

Il libro è strutturato in capitoli molto brevi, ciascuno dedicato a una realtà geografica specifica, con tutte le persone che fanno parte di questa realtà: le vittime e i feriti di guerra (i veri e coraggiosi protagonisti), il personale medico, cioè i colleghi e gli amici con cui Strada condivide le sue sconvolgenti esperienze, e anche qualche guerrigliero e combattente che in più di un'occasione fa la sua comparsa.

Al fine di farci comprendere il contesto e i moventi alla base di un conflitto bellico, Gino Strada fa spesso degli accenni di tipo storico. Ma si tratta appunto solo di accenni che necessitano quindi di ulteriore approfondimento, e per questo motivo il libro può offrire stimoli di ricerca.

Guerra Iran-Iraq

Ad esempio, si fa riferimento spesso alla guerra combattuta tra Iran e Iraq negli anni 80, in cui il dittatore iracheno Saddam Hussein aveva attaccato l'Iran per questioni riguardanti il petrolio, ma anche per paura che la rivoluzione islamica sciita del '79 in Iran potesse intaccare il regime laico di Saddam. Il genocidio avvenuto ad Halabja, definita "l'Auschwitz dei curdi", è narrato in pagine intense in cui viene spiegato il modo in cui le armi chimiche e batteriologiche provocarono la morte di migliaia di persone. Halabja era stata appena conquistata dai peshmerga curdi (i curdi iracheni) sostenuti dalle truppe iraniane, e Saddam considerava i curdi del Nord come traditori che aiutavano il nemico iraniano, ed ecco la sua brutale punizione per quella città.

Si parla di altre guerre civili: quella combattuta in Cambogia negli anni 60 e 70 tra il governo e i ribelli comunisti, i khmer rossi. Anche in questo caso ebbe luogo un genocidio, quello cambogiano, a seguito della vittoria da parte dei khmer rossi con a capo il dittatore Pol Pot

In Cambogia, uno tra i paesi più minati del mondo, un abitante ogni duecentotrenta ha perso una gamba, o tutte e due, per un incidente da mina. Ma, in fondo, loro sono quelli che ce l'hanno fatta a sfuggire allo sterminio: sono, paradossalmente, i privilegiati.

Khmer rossi

Si parla anche della rivalità etnica in Ruanda che portò al genocidio dei Tutsi e degli Hutu, e le pagine dedicate ne spiegano il motivo: fu il sentimento di intolleranza degli Hutu verso la predominante e privilegiata casta dei Tutsi, favorita dalla politica coloniale, a sfociare in una ribellione sanguinaria.

Il libro rimarca un triste fatto che accade spesso quando c'è un atteso cambio di regime, oppure arrivano i fatidici "liberatori": ci si potrebbe aspettare un miglioramento in questi casi, e invece il numero delle vittime di guerra continua a restare alto. Come nel caso dell'entrata a Kabul dei mujaeddin, guerriglieri islamici che nella decennale guerra degli anni Ottanta avevano combattuto contro il governo comunista dittatoriale afgano. Questo era sostenuto dall'Unione Sovietica che però al momento del suo crollo ritirò la protezione, e per questo Kabul col suo presidente Najibullah non riuscì a resistere. I mujaeddin prendono possesso di Kabul avendo sconfitto finalmente l'odiato nemico comune.

E a questo punto? Comincia in Afghanistan una guerra civile tra fazioni opposte di mujaeddin che durerà dal 1992 al 1996, devasterà la capitale e porterà alla nascita dei Talebani.

Talebani

Gino Strada riporta le considerazioni sue e del suo team mentre attendevano l'entrata a Kabul dei mujaeddin

All'improvviso ci troveremo faccia a faccia con i nuovi padroni dell'Afghanistan: come reagiranno? Ne abbiamo discusso a lungo, cercando di fare previsioni. Impossibile. I comandanti dei vari gruppi di mujaeddin sono capaci di invitarti nella loro casa per il tè, e di ringraziarti perché ti prendi cura della loro gente. E il giorno dopo, nello stesso posto, la tua ambulanza viene mitragliata. Tutto è possibile, assolutamente tutto.

A prescindere da che parte si stia nella lotta, il punto è che la guerra è sempre sbagliata. E chi ne paga le conseguenze più tragiche sono sempre i civili che costituiscono il 90% delle vittime. A questo dato contribuiscono proprio gli ordigni esplosivi, le mine vaganti. 

Ma poi, inevitabilmente, il suo pensiero tornava ai pappagalli verdi, a quelli che scendevano dal cielo nel lontano Afganistan. E allora Nestor scuoteva la testa, e la rabbia lasciava il posto alla tristezza, quella che riempie la mente quando non c'è più la possibilità di capire, quando è svanita la ragione ed è solo follia.

 Elena Realino

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