9 febbraio 2010

Ayauhasca: la liana allucinogena dell’Amazzonia


Non sapevo cosa mettere nello zainetto prima di partire. Non perché  mancasse lo spazio, al contrario, dopo anni di vagabondaggi in giro un po’ dove le mie tasche potessero permettermelo, avevo raggiunto una capacità di sintesi nell’organizzare il bagaglio, che tutto mi risultava superfluo.

Accanto al repellente antizanzare infilo un libro di Vargas Llosa, chiudo la tasca dello zainetto definitivamente e non ci penso più. Faccio due tiri a una sigaretta iniziata il giorno prima, che pigra si allunga sul posacenere pieno di cicche mezze consumate e lasciate lì dalla fretta. Lasciavo di nuovo la capitale, il mondo organizzato e asettico che vivevo quotidianamente. Prendo un taxi che mi lascia all’ingresso secondario della stazione degli autobus di Quito, una struttura più simile a un girone dantesco che progettato per accogliere autobus e viaggiatori. Capire dove andare non è facile, bisogna districarsi tra una miriade di persone, di venditori ambulanti e gente che grida la destinazione senza minimamente informarti sull’orario di partenza.

Fumando l’ennesima sigaretta giro senza sosta per capire da dove diavolo potesse partire l’autobus. Una lettura svogliata al primo capitolo del libro, dovuta più che altro alla stanchezza, e Morfeo mi accoglie fra le sue braccia nonostante l’autista faccia andare il bus ad una velocità folle per la periferia della città.
La mattina seguente mi ritrovo già a Macas, un pueblo di frontiera tra la selva amazzonica e il nulla. Una buona colazione a base di succo di maracuyà e riso bianco mi rimette in sesto e cancella il torpore di un viaggio fatto in dormiveglia tra le strade sterrate dell’orientale amazzonica. Il cielo è grigio, come quasi sempre mi accoglie quando mi addentro nella selva. La natura è prorompente e si addossa minacciosa ai margini della strada, quasi a voler rivendicare quella striscia di terra esausta che collega faticosamente i pochi centri abitati dotati di elettricità. La mia faccia da gringo europeo qui non passa inosservata, la gente mi guarda come a voler dire «e che ci fa questo tipo da queste parti? ». Dopo innumerevoli discussioni con la gente del posto, finalmente e in maniera del tutto inaspettata trovo la mia guida. Lo prendo subito in simpatia e decidiamo di partire immediatamente.

Compriamo qualcosa da mangiare che ci possa essere utile, un pò di yucca, frutta e quant’altro possa resistere al clima caldo umido della selva. Messo ai piedi gli immancabili stivaloni di gomma per affrontare il fango onnipresente dell’Amazzonia, decidiamo di dirigerci in una comunità Shuar, gli indigeni che nel loro glorioso passato furono dei guerrieri fieri e combattivi, tagliando le teste ai nemici e rimpicciolendole fino a farne un macabro ornamento di guerra. Per questo motivo la zona è ancora considerata un posto marginale e pericoloso, dove gli stranieri non sono ben visti e la cui cultura rimane ancora legata indissolubilmente alla selva e al misticismo che la circonda. Mi fermo due giorni nella comunità ed ho modo di apprendere molto della cultura Shuar, della loro chiusura nei confronti di una civiltà a cui loro non appartengono e che li schiaccia, che crea zone intangibili per loro, che li pongono ai margini di un sistema che non conoscono per niente, che non capiscono.

Indigeno

È  tutto il giorno che non mangio, bevendo sporadicamente qualche sorso d’acqua visto che le scorte sono praticamente finite. Mi sto preparando per il rituale della ayauhasca, e un sole pallido scende sulle fronde delle palme. Dentro la capanna dello sciamano, siamo quasi ipnotizzati dalla litania che lui canta prima del rituale, mentre le grida delle scimmie ragno sembrano rispondere alle strofe intonate dallo sciamano. In maniera quasi incosciente mi ritrovo davanti un bicchiere pieno di un liquido nero e amaro. Bevo tutto d’un fiato e rimango immobile sulla panca. Dopo mezz’ora sono già fuori a vomitare tutto quel poco che ho in corpo. Le immagini diventano liquide davanti ai miei occhi, la natura ha occhi e sospira, il mondo di cui faccio parte non esiste più. Sono solo, sperduto tra le mie allucinazioni e una realtà che è più incredibile delle visioni. Attorno a me luci lontane, suoni mai sentiti, tutto sembra farmi impazzire.

Ma sono lucido, cosciente di dove sono e cosa sto facendo. Lo sciamano continua a cantare, il fuoco continua a bruciare, e la mia insensata voglia di aggrapparmi al reale vola via con il mio pensiero, con le mille forme che la psiche crea senza sosta. Rimango disteso dentro la capanna ore e ore senza rendermene conto, senza che mi importi assolutamente niente del resto. Sono solo io, e lo so perfettamente. Mi sveglio all’alba, ma sono tutti già in attività. Arrivo fino al fiume e mi bagno il volto con l’acqua congelata, è ora di riprendere il viaggio.

Lo sciamano

Molto si è detto e si è raccontato a proposito della figura dello sciamano e delle sue pratiche. Al riguardo bisogna fare un po’ di chiarezza su chi è effettivamente lo sciamano e cosa fa. Per prima cosa è necessario sapere che lo sciamano è presente in tutte le comunità amazzoniche dislocate nei diversi paesi, è considerato il “medico” della comunità e vive sempre isolato con la sua famiglia, a qualche chilometro di distanza dal villaggio. La cosa più incredibile è che tutti gli sciamani presenti in amazzonia, indipendentemente dalla tribù o etnia a cui appartengono, praticano gli stessi rituali fondamentali: il rituale della limpia e il rituale della ayauahsca.

Il primo rituale serve a proteggere il “paziente” dagli spiriti negativi ed è innocuo. Il rituale della ayauhasca invece prevede l’assunzione di un estratto della liana “ayauhasca” appunto, che viene considerata la liana sacra della selva ed utilizzata esclusivamente dallo sciamano. Tale liana difatti è fortemente  allucinogena e ingerita più di una determinata dose, in alcuni casi può provocare anche la morte. Lo sciamano passa un intero giorno a preparare la pozione, la formula è segreta e varia rispetto alle tribù, poiché associano nella preparazione della liana differenti piante della selva. Il rituale si svolge rigorosamente di sera e lo sciamano distribuisce un bicchiere di ayauhasca a tutti i partecipanti, e lui stesso ne prende una dose.

L'ayauhasca, la bevanda allucinogena

L’allucinogeno comincia a fare effetto dopo mezz’ora circa. Lo stimolo iniziale è quello di vomitare, e si continua in questa maniera per un’ora circa. La liana è altamente tossica e l’organismo tenta di rigettarla ad ogni costo. Una volta terminato di espellere tutto quello che si ha in corpo, iniziano le allucinazioni vere e proprie. Queste chiaramente variano da persona a persona e rispetto all’intensità della preparazione dell’estratto. Le allucinazioni intense si susseguono per circa tre ore, con dei picchi di intensità estremi, e le allucinazioni servono a rivelare allo sciamano la causa della malattia o dei problemi che si hanno. Terminata la fase psichedelica, lo sciamano riunisce i presenti per discutere sulle visioni avute in modo tale che egli possa interpretarle ed elargire, di conseguenza, consigli e cure appropriate.

Non sono più lo stesso. La guida mi aspetta fuori conversando con lo sciamano, io ho già lo zaino in spalla pronto per altre tre ore di selva. Raggiungeremo una cascata ritenuta sacra dove purificherò il mio corpo. Poi rientreremo a Macas, dove un autobus diretto a Quito, verso l’incomprensibile selva fatta di acciaio e cemento mi aspetta, ricordandomi da dove vengo e dove andrò. Tristemente, senza alcun senso e voglia di farlo, muovo i primi passi sotto un cielo nuvoloso che minaccia pioggia. Il sentiero che si inoltra nella selva questa volta so perfettamente dove mi porterà, e io non sono del tutto sicuro di volerlo imboccare.

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