5 maggio 2026

Xavier Dolan: il ritorno del figliol prodigo

Dopo una “pausa di riflessione” durata tre anni, lo scapestrato enfant prodige del cinema Xavier Dolan torna a far parlare di sé con un ritorno (quasi) a sorpresa dietro la sua amata e sofferta macchina da presa. Prevedendo una nuova era artistica per l’ormai non così giovane regista canadese, ripercorriamo la sua carriera in attesa di capire meglio cosa ci riserverà la sua ultima fatica.

La parabola di un "enfant prodige"

Classe 1989, Xavier Dolan-Tadros è un attore, regista, sceneggiatore, nonché doppiatore di origini canadesi. Ha fin da subito fatto parlare di sé con il suo film debutto alla regia, J’ai tuè ma mère, presentato a Cannes nel 2009, alla giovanissima età di diciannove anni; qui ottiene, oltre ad una standing ovation da parte di tutti i presenti all’anteprima della Croisette, niente meno che il Prix Regards jeune. Spontaneo, liberatorio, “pop” con l’anima vintage, riconferma tutto il suo spirito nei film successivi, Les amours imaginaires (2010) Laurence anyways (2012) e Tom à la ferme (2013); capiamo che a fare la differenza è senz’altro il modo in cui si occupa personalmente di sceneggiatura, montaggio e costumi (se non bastasse l’interpretazione puntuale dei suoi personaggi principali).

Con il suo quinto film, Mommy, smettendo i panni da protagonista ma senza minimamente snaturare sé stesso, fa un ulteriore balzo artistico che lo porta a vincere il Premio della Giuria, sempre a Cannes, a soli venticinque anni. Curiosamente, quell’anno arriva parimerito con nientemeno che Jean-Luc Godard, capostipite di quel cinema al quale il giovane regista è abbondantemente debitore; Godard non si presenta alla premiazione, ed è una scelta ideologica, in quanto non accetta di condividere la vittoria con un giovane a suo parere privo di un’adeguata cultura e preparazione cinematografica. 

Insomma, con cinque film all’attivo, mai fermo e mai soddisfatto, senza dimenticare i suoi “attori feticcio”, Dolan si concede un cast sontuoso, nel quale spiccano Léa Seydoux, Vincent Cassel, Marion Cottillard e il compianto Gaspard Ulliel. Esce nel 2016 Juste la fin du monde, più melò, più tendente al cinema di Almodovar, ma sicuramente non meno arrabbiato, e si aggiudica il Grand Prix alla 69ᵃ edizione del Festival di Cannes (ormai suo habitat naturale). Se vogliamo definire questo momento il culmine nella carriera del prolifico regista di Montreàl, da qui in poi i detrattori parleranno di parabola discendente, con accuse di ridondanza, manierismo, stile troppo melenso e perdita di quel talento crudo che lo aveva reso celebre all’interno dei circuiti cinematografici. 

Come a voler dimostrare qualcosa, come se avesse bisogno di rimettere in discussione il suo talento, Dolan mette in scena la sua opera più difficile nonché la più incompresa: nel 2018 presenta, in anteprima a Toronto La mia vita con John F. Donovan: il suo primo film in lingua inglese, con cast a dir poco stellare (Kit Harington, Jacob Tremblay, Susan Sarandon, Natalie Portman per dirne alcuni) e respiro ben più ampio rispetto a tutti i suoi film precedenti. Eppure non convince, anzi, infastidisce e annoia buona parte della critica così come del pubblico. Dopo quello che lo stesso regista ha definito un passo falso, col suo nono e ultimo film, Matthias & Maxime, sembra tornare un po’ alle origini: di nuovo il Quebec, la lingua francese, scenografie misurate e tutta l’attenzione su pochi essenziali personaggi. Torna alla sua dimensione originale, eppure, ormai al suo nono film nel giro di pochissimi anni, si avverte lo sconforto e la poca energia, senza considerare i problemi di distribuzione anche dovuti all’avvento del periodo pandemico. Nel 2023 arriva il gelido annuncio: l’ormai ex enfant prodige decide di riporre definitivamente la macchina da presa.

Nel nome della madre

A diciassette anni dal suo debutto, intanto ci chiediamo: cosa ha reso Xavier Dolan così iconico e riconoscibile, quali sono gli elementi fondanti del suo modo di fare cinema?

Quando Godard lo sminuì non reputandolo all’altezza aveva uno spiraglio di verità nelle sue parole: il ragazzo canadese approdato dal nulla alla Croisette non ha avuto dietro di sé grandi studi e nemmeno un grandissimo bagaglio cinematografico alle spalle; sognava di fare l’attore e il suo film preferito di sempre era Titanic, complice la sua grandissima passione per Leonardo di Caprio (a cui scrive addirittura una lettera alla tenera età di otto anni). Ciò che lo ha differenziato fin da subito, in realtà, è stata proprio questa sua “ingenuità”: il modo fresco, grezzo e sprezzante delle regole che ha nel costruire le sue storie.

Fin dall’esordio è palese la connotazione autobiografica di ciò che sta raccontando, come è palese anche il nodo cruciale, il punto di contrasto, ovvero il rapporto con la madre. Partendo dal titolo decisamente emblematico (“Ho ucciso mia madre”), di questo rapporto vediamo il meccanismo di (non)funzionamento muoversi davanti ai nostri occhi nel corso di tutto il film. I silenzi, gli sfoghi a lungo repressi che deflagrano per lasciare dietro soltanto una scia di distruzione, tutto è raccontato in maniera naturale e mai didascalica, chiedendo allo spettatore di sentire emotivamente piuttosto che razionalizzare. Mommy è un altro chiarissimo esempio: qui il discorso si focalizza maggiormente sulla figura materna, anzi è lei a prendere proprio il punto di vista del personaggio principale. Anche qui non è un caso che la sua attrice di riferimento sia sempre lei, Anne Dorval, attrice che tra l’altro ritroviamo in buona parte della sua filmografia. 

Non è un caso, perché parte della poetica del regista canadese si fonda sul potente legame tra i suoi personaggi e gli attori che vanno ad interpretarli: così come ha scelto di essere lui interprete dei suoi “alter ego” così attori come la Dorval o Niels Schneider sono stati una scelta ben ponderata per rappresentare determinati stati d’animo sullo schermo; un altro esempio potrebbe essere il vissuto di Kit Harington riversato in parte nel suo tormentato John F. Donovan, un attore ormai in declino, sull’orlo del nichilismo, che ad un certo punto non fa che interrogarsi su tutte le sue scelte di vita.

John F. Donovan

Ma torniamo a quello che è il ruolo della madre: decisamente cruciale nel cinema di Dolan, anche perché racchiude in sé diverse sfaccettature ricorrenti. Intanto è quasi sempre una madre lasciata da sola a crescere un figlio, una madre che deve sopperire ad entrambe le figure genitoriali, che deve mostrarsi forte, ma molto spesso può crollare, e sbagliare; su di lei spesso si ripercuote il malessere dei figli, oppure la responsabilità (magari il senso di colpa) di esserne la “causa”. In alcuni casi è anche una madre che deve oltretutto metabolizzare la scoperta omosessualità del figlio. Tutto questo ce lo fa sentire forte, non con chissà quale virtuosismo, ma semplicemente con una scrittura (soprattutto nei dialoghi) che ha davvero dell’eccezionale. Non è poi quasi mai presente un punto di riferimento paterno, quel riferimento che d’altronde è mancato allo stesso regista durante la sua crescita. 


Nella sua breve ma intensissima carriera non si può certo dire che Dolan non abbia lasciato un segno indelebile, anche e soprattutto per quanto riguarda la grammatica stessa del linguaggio cinematografico. Sono degni di nota i passaggi sincopati tendenti più verso il videoclip patinato che al film d’autore; il portare l’accompagnamento musicale ad un livello superiore, quasi oltre il diegetico; il geniale utilizzo dell’aspect ratio manipolato come fosse argilla nelle mani del regista. Ogni scelta tecnica, ovviamente, non è altro che un veicolo comunicativo, anche perché alla resa dei conti la struttura narrativa di ogni suo film si basa quasi esclusivamente sull’essenza dei suoi personaggi e la loro interazione. Viene da sé che questa interazione risulta essere il più delle volte sofferta, eppure questi personaggi hanno tra loro un comune denominatore: non li abbandona mai la sensazione di essere rotti, sbagliati, in qualche modo destinati all’errore, e non riescono mai a sentirsi parte di una collettività; sono quindi quasi sempre personaggi insoddisfatti di loro stessi e della loro vita senza possibilità di soluzione. Nonostante questo non li si vede mai “arresi”, né tanto meno inermi verso i colpi bassi che questa vita può riservare.

Cosa aspettarci adesso

Dopo l’annuncio risalente all’inizio di quest’anno che vedrebbe il “ragazzo di Montréal” tornare a dirigere, l’attesa e le aspettative sono davvero alte. La curiosità è ancora più alta sapendo che si cimenterà col genere horror, quindi in un campo ben lontano da tutto ciò a cui ci aveva abituati, a parte una lieve incursione nel thriller con Tom à la ferme (o brevi comparsate in film come Martyrs di Pascal Laugier, ad esempio). Ciò nonostante è facile immaginare che ritroveremo lo stile inconfondibile di un Autore che si è sempre differenziato grazie al suo approccio onesto e spontaneo. Il “ragazzino ribelle” è cresciuto, e potrebbe non aver ancora detto tutto quello che aveva da dirci

Cristiana Carta

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