23 aprile 2010

Tony Pagoda: l’anti-Forrest Gump di Sorrentino

Le esistenze, sono solo tentativi, perlopiù fatti a cazzo.
Tony Pagoda
Toni Servillo in L'uomo in più, 2001

Meno di quarant'anni, quattro lungometraggi, dodici David di Donatello, otto Nastri D'argento, un Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes, svariati altri premi in giro per il mondo e critiche addirittura imbarazzanti («diventerà una pietra di paragone per gli anni a venire», «Variety» su Il divo): Paolo Sorrentino.


Sembra che arrivi dalla luna, o per lo meno da uno di quei paesi dove avere trent'anni non è un considerato un demerito, e invece è nato in quell'incomprensibile grumo di contraddizioni che è Napoli («La sola vera metropoli italiana» secondo Elsa Morante).

Non pago dell'invidia che ha seminato tra i suoi colleghi con questo curriculum, si appresta a girare un film in inglese con protagonista Sean Penn. Ora, Paolo Sorrentino, col romanzo che ha scritto, Hanno tutti ragione, rischia di vincere anche il premio Strega. «Magari!, così tornerebbe all'antico splendore» ha dichiarato convinto il critico Antonio D'Orrico sul «Corriere della Sera». Il motivo di tanto entusiasmo (D'Orrico ha anche paragonato il romanzo di Sorrentino a La cognizione del dolore o Viaggio al termine della notte) è Tony Pagoda. Protagonista e narratore, il romanzo è un monologo che questo cantante confidenziale, con la sua loquela ingemmata di interiezioni e "napoletanismi", interpreta con la stessa spavalderia con la quale affronta la vita.

Il personaggio di Tony Pagoda Sorrentino lo ha "rianimato" dal suo primo film, L'uomo in più, ove un gigantesco Toni Servillo prestava tutta la sua gestualità ad Antonio Pisapia.

Se Forrest Gump, con la sua geniale ingenuità e Symour Irving Levov, «lo Svedese» di Pastorale americana di Philip Roth (del quale Sorrentino è debitore), sono i simboli di un'America forte e semplice, Tony P. è metafora dell'Italia. Intendiamoci: non credo che Sorrentino lo abbia scritto pensando a questo parallelo, solo che il parallelo è inevitabile. Se Giufà può prestare le proprie caratteristiche per rappresentare una certa antica mediterraneità, dopo il boom degli anni Sessanta in Italia un Forrest Gump sarebbe impensabile, a meno che non sia riveduto e corrotto, come Tony P. E allora si che le sue velleità filosofiche hanno forza e profondità: «Gli uomini si dividono in due categorie: quelli che si mettono comodi. E appassiscono. E gli altri. Io faccio parte degli altri», oppure: «La bontà? Cose per gente a corto di altre prospettive più accattivanti».

Tony P. è un Henry Miller d'un'Italia decadente tra la fine degli anni Settanta e lo sbocciare degli Ottanta. La sua Parigi sono le strade di Napoli:

La strada insegna tutto. La strada ti fa amanuense del mondo. La strada ti violenta i sentimenti e ti dice non più, non adesso, non ancora e poi dice no, no, niente, no e ancora no. Là, in strada, dove i desideri si fanno fetidi. Le speranze oggetto di risata.
La strada è nichilista e non si stanca mai di ripetertelo.

I suoi concerti in giro per il mondo, prostitute e amanti occasionali, l'incontro con Sinatra, gli esordi col gruppo di Peppino di Capri, il grande amore della gioventù, le amicizie coi camorristi, la schiavitù della cocaina. Tony è un vulcano in eruzione, un filosofo della sottocultura:

In ultima analisi, dico io, la vita è una meravigliosa rottura di coglioni. Ma su cosa dobbiamo concentrarci? Sulla rottura di coglioni? O sul favoloso? I comodi si adagiano sulla rottura di coglioni. Li rassicura. Come il telegiornale delle otto. Gli altri, li vedi, si catapultano in strada a tutte le ore, valicano la notte, avidi e nevrotici, spaesati ma concentrati. Cercano il favoloso. E non lo trovano. Perché lo hanno già vissuto.

Abita una vita eccessiva e mediocre, lussuosa ma povera, Tony. Ha un'opinione crudele per tutto e per tutti. La moglie: «Quindici anni fa, con mia moglie, si scopava da bufali. Ora è un oggetto d'arredamento»; la gente: «La gente, questa articolata organizzazione umana che crede sempre di sfilare sull'orlo di un precipizio senza ritorno, mentre si sta solo trascorrendo la vita. Confondono la monotonia col disastro. Un errore comune»; i sentimenti: «l'uomo, si sa, è come la Coca-Cola. Basta scuoterlo un po' e attacca a spruzzare di tutto. Sangue e sentimenti. Calore e risentimento. Tutto di fuori». E sarà il girotondo monotono di stati umorali altalenanti a fargli capire che qualcosa è cambiato. E allora via, un taglio netto con tutto e tutti. Soprattutto con se stesso. 

Con i soldi dei diritti d'autore che il suo manager gli manda, Tony si adagia ad una vita cauta e monotona in Brasile. In compagnia solo delle centinaia di scarafaggi che non riesce a uccidere e d'un misterioso connazionale a conoscenza di molti dei misteri che l'Italia ha via via collezionato fino alla fine della Prima Repubblica.

Dopo vent'anni a Manaus cederà alla proposta di Fabio, un imprenditore che gli farà un'offerta irrinunciabile e gli spalancherà le porte di una terza vita, ancora in Italia. Un'Italia irriconoscibile.

Come tutti i morti di fame che all'improvviso sono stati dirottati davanti ad autostrade di miliardi in contanti, Fabio e la sua famiglia galleggiano in un ampia baia di formalismi tirati a lucido e all'eccesso che li stanno facendo morire senza rendersene conto.
Prima o poi, questi qui saranno colti da infarti fatali perché hanno dimenticato di disporre adeguatamente una forchetta da pesce.
Ve lo dico io.
Tutti i danari del mondo sono stati concepiti unicamente per costruire gabbie asimmetriche.


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