11 luglio 2017

Quale cultura esprimono Steve McCurry e Letizia Battaglia?


Pochi giorni fa nella mia città è stata inaugurata la mostra Icons di Steve McCurry. Per l'occasione il grande fotografo è stato intervistato di fronte a un nutrito pubblico di appassionati e semplici curiosi. 
Per me chiaramente era un'occasione da non perdere; l'importanza di McCurry è oggi equivalente a quella dei grandi nomi di un tempo come Robert Capa, Cartier Bresson o altri, e sentirlo parlare a pochi metri faceva un certo effetto. Tuttavia ciò che mi ha più colpito è stata la sensazione di avere davanti una persona con un bagaglio culturale relativo... 

Che egli sia un ottimo fotografo, con un buon occhio e grandi capacità nel cogliere l'attimo, è un elemento assodato e condivisibile. Ma è evidente il fatto che che le sue parole sembrano non andare oltre lo sguardo comune, se non quello di una grande passione e un'infinita curiosità per le cose del mondo. Se si ascoltano le sue interviste appare evidente il fatto che egli è soprattutto uno strumento, un mezzo per raccontare la realtà, ma non oltre.


Dopo pochi giorni, senza alcuna connessione intenzionale, sono stato al Festival del Cinema di Taormina dove ho potuto vedere il bel documentario di Maresco su Letizia Battaglia dal titolo, La mia Battaglia. In quei trenta minuti di conversazione è emersa non solo una grande passione per la fotografia, come è ovvio che sia, ma soprattutto una passione civile e un senso vero nel percepire le sfumature del vivere. Al termine della proiezione le parole della Battaglia mi avevano colpito (sarà anche la forte sicilianità che ci accomuna) tuttavia ho potuto riscontrare una netta differenza tra i due fotografi.


Se volessimo metterli a confronto sotto questo aspetto, il fotografo americano potrebbe essere considerato come un gran praticone, un uomo che sa cosa cercare ma soprattutto sa come stupire il pubblico attraverso le immagini e le inquadrature. La Battaglia è ovviamente diversa perché ha sempre fatto reportage, le sue foto non sono costruite come in una composizione, le persone non assumono la posa richiesta e sono spontanee. Al di là di ciò, la Battaglia mostra un'essenza, un'anima fondata su un vissuto che corrisponde all'anima di Palermo ma soprattutto ad una passione civile, come già detto. 

Così se allarghiamo lo sguardo e consideriamo certe figure anche nell'ambito artistico, soggetti come Damien Hirst o Maurizio Cattelan, sempre per restare nell'ambito di icone artistiche di quest'epoca, fanno porre la legittima domanda se al di là della valutazione strettamente artistica delle loro opere (di cui potremmo discutere ampiamente), ciò che esprimono sia frutto di un importante lavoro interiore o di una capacità pratica nel colpire (o anticipare) i gusti della gente? 

Qualcuno potrebbe obiettarmi che i fotografi non sono dei filosofi ma degli artisti, se non delle persone che colgono attraverso la fotografia i vari aspetti della realtà. Ma se dietro a loro non c'è un dialogo sottile con il soggetto della propria rappresentazione, quale espressione emergerà nell'opera? Nadar nei suoi ritratti ai personaggi famosi dell'epoca soleva instaurare un dialogo prima di ogni foto in modo da lasciar fluire, anche nelle espressioni congelate dell'obiettivo, l'essenza del soggetto. Gli artisti del passato possedevano grandi conoscenze, alcuni di essi erano persino degli iniziati e il loro sapere si nascondeva nelle opere.

Possiamo dire che le icone di oggi, oltre ad interpretare la realtà attraverso le opere, trasmettano idee profonde? Seppur con i dovuti distinguo, io avrei qualche dubbio... Ed è per questa ragione che la mitizzazione che facciamo di alcuni nomi celebri andrebbe seriamente valutata sotto prospettive più ampie.

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