9 aprile 2026

Il paese senza adulti: la vita non è una cosa da bambini

Bambini… Quante volte abbiamo immaginato di essere ancora bambini? Quel mondo spensierato, fatto di unicorni e zucchero filato, di arcobaleni e nuvole a forma di cuore… Che paese magnifico! Uno Stato senza violenza, un paese senza guerre e senza invidie, senza pregiudizi e senza paura, superbia o rabbia… Un paese senza adulti… L’autrice, Ondine Khayat, dotata di straordinaria sensibilità e di una penna irresistibilmente attraente, non avrebbe potuto scegliere titolo migliore. “Il paese senza adulti” assume, sotto l’urto della focalizzazione infantile, i tratti inediti di una dimensione metafisica, dove i bambini del mondo possano essere felici, sappiano ancora sorridere e sperare, quando la vita vera diventa un incubo, miliardi di incubi e il cielo è nero e le mousse al cioccolato si trasformano in fango scuro che imbratta sogni e colori. 

Slimane (che nome strano…) è il giovane protagonista della vicenda, un bambino di undici anni, che vive in una famiglia dove regna la violenza domestica: lui, il fratello Maxence – di tredici anni- e la loro madre sono vittime di un padre alcolista, disoccupato, che non ha nulla di umano. La genialità dell’autrice sta nell’aver scelto il piccolo Slimane: i suoi occhi diventano una lente di ingrandimento che rivela l’atroce contesto in cui è ambientata la vicenda.  La sua disarmante innocenza si muove lungo una cortina quasi impercettibile, dove la bruttezza della realtà familiare cede il passo – quando si fa insopportabile – ad un artificio quasi onirico, costruito, giorno dopo giorno, da lui e Max, con dettagli immaginifici che assumono i caratteri di un potente antidoto contro la bestialità del Demone. Sì, è così che chiamano il loro genitore… Nemmeno una volta sentiremo i bambini pronunciare la parola “papà”, che ha un suono dolce e rassicurante, in stridente contrapposizione con l’immagine di terrore che prende forma ad ogni pagina voltata. E l’effetto è un non-detto che si insinua prepotente e prorompente tra le finestre socchiuse dei nostri cuori di lettori. Il Demone appare come una creatura che ha perso ogni connotato di umanità: la sua discesa agli inferi è un vorticare discontinuo lungo le pieghe sottili della fragilità emotiva, che si è costruito nel salotto di casa sua… La sua rabbia è imprevedibile, improvvisa, devastante. È un mostro vorace, che si nutre della vita degli altri, di quelli che dovrebbe amare, e si alimenta della loro felicità, lasciando intorno solo desolazione, sangue, lividi, birra e vino… Slimane racconta storie terribili senza indugio, con una cronaca dettagliata e minuziosa dei tanti episodi che corrodono la loro serenità: un gesto “sbagliato”, uno sguardo di troppo, una parola pensata, delle arachidi non trovate… Il mostro è lì, pronto a colpire. L’arcata stilistica regge con maestria i fili complessi di una narrazione psicologica che si apre ad una ridda di sentimenti ed emozioni. L’inchiostro non retrocede nemmeno per un istante; si muove tra meschinità e meraviglia con splendide metafore, di cui Slimane si fa creatore e latore, mentre il suo mondo implode e la sua voglia di vivere si incupisce e diventa tristezza. Sembra di sentirlo il Demone mentre picchia: i colpi sono sordi, potenti; il cuore si frantuma, ottenebrato dalla sofferenza; diventa più piccolo… e pensare che era un “cuore-loft”, come bisbiglia la tenera voce di Slimane. E, mentre va a scuola, indossa il suo sorriso migliore e alla inevitabile tristezza mette la cravatta per tenerla nascosta. La creatura demoniaca non ha sembianze umane e questa voluta, completa assenza di caratterizzazione fisica induce il lettore a collocarlo immediatamente in un cerchio dantesco, dove le figure infernali hanno forme animalesche, non parlano, digrignano i denti e battono i dannati in un loop del terrore ripetuto in eterno. La madre Danielle è, al contrario, una figura sottile, costantemente silenziosa; si aggira per la casa invisibile, con i vestiti logori e i capelli biondi in disordine. Lavora freneticamente per sostenere i suoi figli e quell’abominio, metà bestia e metà birra, che sembra nato per torturare, distruggere, tingere il cielo di nuvole nere. Il paese senza adulti, vagheggiato da Max sotto le coperte di una camera buia e fredda, è un paese senza Demone e senza inverni. Un paese dove nessuno litiga, dove sono i bambini a comandare. Un paese dove le giornate sono pasticcini. Con il doloroso incedere della narrazione, che arranca sotto il peso di un orrore che si reitera con impressionante facilità, la tensione cresce e, anche quando il Demone trova lavoro e un apparente, labile equilibrio sembra potersi costituire, il destino funambolo e beffardo ricaccia i personaggi nel dramma, che – come era prevedibile – si fa più forte, più disperato. Leggendo questo libro, non mi vergogno a confessarvi che ho pianto… Ho pianto come non piangevo da tempo, per la tristezza di questa storia, certo, ma soprattutto perché ho assistito inerme al progressivo spegnersi delle speranze di Slimane… Mi ha fatto ripensare a “La vita davanti a sé” di Romain Gary. Mi ha fatto ripensare al giovane Momo, voce narrante altrettanto candida, calato in una vicenda completamente diversa. Eppure, pensateci… Momo è nato e cresciuto in una casa di prostituzione, un ambiente del tutto inadatto ad un bambino. Ciononostante, è qui che si disvela, in un tenero abbraccio della periferia parigina, la magia di un amore materno, tutto proteso alla protezione e al caldo tepore di due cuori che si incontrano. Slimane, al contrario, è nato in una famiglia come tante, che la sera, però, a battenti serrati, si trasforma nel peggiore degli incubi e lascia il corpo lacerato e trasforma l’anima tutta a ghiaccioli. Non c’è spazio per le debolezze da femminuccia. Niente lacrime, niente lamenti, niente sospiri. Il machismo tossico - che, come un virus purulento, ancora impera nelle più disgraziate periferie delle moderne città – atterrisce e disarma. E non c’è altro modo di scappare che quello di andare nel Paese senza adulti. Max ci va, con la sua valigia piena di ferite e di cieli senza stelle. Smette di combattere. 

Ho gli occhi nebulosi e le guance bagnate. Immaginare è un modo per non morire. Questa volta, inaspettatamente, è Slimane che mi prende per mano e mi porta nel suo animo. È una stanza giovane, piena di oggetti. Ci sono ombrelli che riparano dalle lacrime, tappeti che volano e Vie Lattee che attraversano il cielo luminose. Ci sono giocattoli rotti, piatti dal rumore assordante, sorrisi scheggiati, occhi che hanno pianto troppo e troppo a lungo. Ma la speranza irrompe con velata discrezione, come una vecchia signora elegante e colorata, e ha vari volti e ha diverse voci. Nella labile esistenza di Slimane, entrano in punta di piedi nuovi personaggi: l’infermiera Sidonie, che ha la pelle color cuoio, perché nella pancia di sua mamma doveva sicuramente esserci un sole; il dottor Lemoine, che lo guarda con la tenerezza di chi vuole aiutarlo; l’amico Romain; l’anziana signora Margherite, dagli occhi opachi e dal cuore un po’ rattrappito; Hugo, che ha la leucemia e la testa nuda. E poi c’è lei, Valentine, la ragazzina che vuole diventare leggera come una farfalla, come un alito di vento. Slimane, l’istanza narrativa di questo microcosmo, ne esamina i cuori con straordinaria esattezza nello sguardo: troppo grande quello di Valentine per un corpicino così esile; puro e desideroso di vivere quello di Hugo; freddo quello dell’infermiera Maryse, a tal punto che nemmeno dei ragni senza fissa dimora vorrebbero abitarci! Ed è proprio in questa improbabile piccola comunità sgangherata che Slimane ritroverà se stesso. Tuttavia, promette a noi tutti che anche quando sarà grande, rimarrà sempre un po’ bambino… Non dimenticherà mai i bambini che hanno la vita piena di demoni, quelli che non hanno da mangiare, quelli che lavorano invece di sognare. Quelli che non vanno a scuola, che non hanno genitori da amare, che vanno a dormire con il mal di pancia per la paura della guerra, quelli a cui è stata negata l’infanzia… È un monito potente e spietato, autentico in tempi malvagi come i nostri. 

Il mio Kindle nuovo di zecca illumina l’ultima pagina, dove campeggia a caratteri scuri e un po’ ondulati un “grazie” della scrittrice. 

Tiro un sospiro di sollievo. Mi conosco. So che questi finali, apparentemente lieti, mi lasciano sempre l’amaro in bocca. Stanotte i miei pensieri torneranno a Slimane e a Max e piangerò ancora e sentirò nuovamente le loro voci sussurrare:

Dove vorresti vivere, Maxence?

Nel Paese senza adulti.

Ed è lontano, questo paese?

Credo di sì. 

Quando l’avrai trovato mi porterai con te? 

Sì. 

Promesso? 

Promesso. 

Linda Ciano


N.d.A. Un grazie speciale al mio alunno Christian, che mi ha consigliato questo libro e che mi ha dato la possibilità, ancora una volta, di percorrere insieme il meraviglioso sentiero della crescita.

2 commenti:

Anonimo ha detto...

👏🏻

Mario Pezzella ha detto...

Penso che tu sia riuscita a cogliere e restituire in modo straordinariamente vivido la complessità interiore di Slimane e il dramma sommerso che attraversa la narrazione.
Mi ha colpito molto il modo in cui hai messo in luce la funzione dell’immaginazione. Ricordo che quando ero studente di psicologia questo era un mantra per noi: considerare l'immaginazione non come semplice evasione, ma come un vero e proprio meccanismo di sopravvivenza psichica. L’idea che “immaginare è un modo per non morire” emerge nel tuo commento (soprattutto considerando i tempi che corrono) con una forza quasi terapeutica, e credo sia uno degli aspetti più potenti anche per una riflessione didattica con i ragazzi. Forse questo tipo di sensibilità, che hai mostrato, deve essere necessario a scuola per capire che gli studenti non hanno gli strumenti per nominare il dolore, ma possiedono – come Slimane – linguaggi alternativi per attraversarlo. La tua analisi del “Demone” come figura disumanizzata, quasi archetipica, e del non-detto che permea la narrazione è particolarmente efficace: rende evidente quanto la violenza non sia solo un fatto, ma un clima, una presenza che corrode identità e relazioni. E poi c’è il confronto con altre opere, che arricchisce ulteriormente la lettura e apre a connessioni profonde: è il tipo di scrittura critica che non si limita a descrivere, ma accompagna il lettore dentro un’esperienza.
Penso che, grazie alla tua recensione, acquisterò il libro.
Grazie per aver condiviso uno sguardo così intenso e necessario.