(O di come abbiamo imparato a smettere di preoccuparci e ad amare la carneficina letteraria)
La carne come linguaggio (e viceversa)
Diciamocelo chiaro: quando nel 1996 Einaudi Stile Libero pubblica Gioventù Cannibale, nessuno sa bene che cosa sta succedendo. Daniele Brolli, nella prefazione, che si intitola sobriamente Le favole cambiano e che nessuno legge mai, smonta il moralismo come malattia strutturale della letteratura italiana, quella che ha impedito per decenni di portare nella narrativa «gli effetti devastanti delle pulsioni primarie». Chiama questa nuova generazione «splatterpunk»: splatter per lo schizzo di sangue, punk per l'antagonismo radicale. E della loro scrittura dice che «è vorace e, inesausta, fagocita tutto, inghiotte pure se stessa». Non c'è molto da aggiungere.
Ma il punto è un altro. Quei dieci racconti di undici autori — Niccolò Ammaniti (con Luisa Brancaccio), Aldo Nove, Daniele Luttazzi, Andrea G. Pinketts, Alda Teodorani, Matteo Galiazzo, Massimiliano Governi, Matteo Curtoni, Stefano Massaron e Paolo Caredda — non erano lì per rovesciare un bel niente. Erano lì perché l'Italia del 1996 era un cadavere ancora caldo che si fingeva vivo, e quei testi ne annusavano il lezzo. Tangentopoli aveva smascherato tutto: la politica era feccia, Milano non beveva più, Craxi se n'era scappato ad Hammamet a crogiolarsi al sole della propria impunità. E Berlusconi, fresco di discesa in campo, stava già vendendo l'Italia a se stesso come se fosse un appartamento ad Arcore.
La letteratura, nel frattempo, balbettava. Qualcuno cercava ancora di fare il Bildungsroman, qualcun altro il memoir intimista. E poi arrivano questi undici outsider con le loro storie di corpi squartati, seghe interrotte, fluidi vari ed eventuali, e ti dicono: «Guarda che è tutto qui. Non c'è altro. Solo carne.»
Prendiamo Seratina di Ammaniti e Brancaccio. È la storia di Emanuele, studente universitario fuori corso con un esame di economia in arrivo e un matrimonio a Siena il giorno dopo, che una notte d'inverno si lascia convincere dall'amico Aldo una «seratina», «un cannino al volo». Salgono sulla BMW, prendono Melania, un'infermiera, e finiscono allo zoo di Roma in piena notte. Un road movie, Risi che diventa King: l'amico di sempre si rivela «la sintesi di tante parti orrende, una persona sommamente orrenda», e Emanuele, l'unico di cui conosciamo il monologo interiore, ne prende atto con quella lucidità sgomenta che è il vero registro del racconto. I personaggi sono gusci, simulacri. Almeno è qualcosa di reale.
Oppure Il mondo dell'amore di Aldo Nove che, per inciso, è il racconto più disturbante dell'intera antologia e forse dell'intera letteratura italiana degli anni Novanta. Due ragazzi con ritardo cognitivo, completamente rincoglioniti dalla TV e dal porno, che si mutilano i genitali e muoiono in un atto di autoannientamento erotico. Non c'è erotismo, non c'è amore, non c'è nemmeno tragedia. C'è solo la constatazione gelida che il desiderio, quando viene filtrato attraverso Mediaset e i film a luci rosse delle videoteche di quartiere, diventa una forma di suicidio. E Nove lo racconta con una voce piatta, asettica, come se stesse leggendo il telegiornale.
Il «cannibalismo» non è una metafora. È letterale. L'Italia di quegli anni si sta mangiando, si sta divorando dall'interno, e la letteratura lo registra. Emanuele Trevi, nella postfazione alla seconda edizione del 2006 intitolata, non a caso, Spazzatura e violenza: sull'estetica cannibale, ricostruisce le fonti di influenza di questa scrittura e ne identifica la posta in gioco: il corpo diventa l'unico linguaggio possibile quando tutti gli altri, politico, religioso, civile, hanno perso ogni credibilità. Il corpo gronda, urla, sbava, implode. È honest, in un modo che nient'altro riesce più a essere.
Noyz Narcos e l'estetica della fogna
Facciamo un salto di meno di dieci anni. Siamo nei primi 2000, e a Roma, precisamente a Monte Sacro, dove è cresciuto Emanuele Frasca, in arte Noyz Narcos, una manciata di ragazzi decide che il rap italiano non fa abbastanza schifo. Bisogna sporcare tutto. Bisogna andare più in fondo.
Nasce il TruceKlan. E all'interno del TruceKlan c'è Noyz Narcos, che insieme a Chicoria, diventerà il poeta laureato della decomposizione romana. Il primo album, Non dormire (2005), è un disco claustrofobico, che sembra uscire da una stanza buia alle quattro di notte. Le produzioni sono minimali, quasi industriali. E le rime? Le rime sono un catalogo di disfacimento interiore: insonnia, autodistruzione, blasfemia, droghe. Non body horror esplicito, il sangue che scorre è quello della dissoluzione personale.
«Conto sangue su carta moneta, pugnalate sulla schiena»; «la roba in vena ciuccia vite»; «Dio s'inghiotte un'altra anima».
Un rosario al contrario, recitato da chi ha smesso di sperare. Non è metafora, ma un linguaggio. È lo stesso linguaggio di Gioventù Cannibale, solo tradotto in rime baciate e beat sporchi.
Perché, esattamente come Aldo Nove, anche Noyz usa il corpo come unica superficie narrabile. Roma non è una città, è una carcassa. E lui la sventra, pezzo per pezzo, traccia per traccia. In Verano Zombie (2007) porta il titolo nel posto più romano possibile: il Verano, il cimitero monumentale della città, trasformato in set di un remake horror che non è mai solo horror. Gli zombie sono i tossici, i disperati, la gente bruciata dal crack e dal rum:
«Puoi vedere zombie per la strada e nella vita»; «sangue da bere, bare da aprire / per guardare i morti negli occhi».
Il registro dominante è quello della discesa nell'underworld romano: droga, crew, debiti, morte come orizzonte quotidiano. È Romero filtrato attraverso le borgate, sì, ma soprattutto è un reportage su chi Roma ha già inghiottito.
E poi c'è Ministero dell'Inferno (2008), la compilation del TruceKlan al completo. Qui il cinema horror diventa una liturgia, un rosario velenoso: liriche che camminano tra viscere e cemento, beat che non accompagnano ma martellano. Come una gabbia che si chiude.
Ma attenzione: Noyz non vuole fare paura. Lui vuole che lo abiti, lo respiri. Che ti ci crogioli dentro. Perché quello, dice, è il vero stato delle cose. Non c'è riscatto, non c'è catarsi, non c'è conscious rap con messaggio sociale. C'è solo la fogna. E noi ci siamo dentro.
Il corpo come unica superficie di senso (bis)
Se c'è un filo rosso che collega Aldo Nove a Noyz Narcos, oltre alla passione condivisa per la distruzione anatomica, è questa: il corpo non mente. Tutto il resto sì.
In Il mondo dell'amore, i due protagonisti non riescono a comunicare attraverso le parole. La TV ha mangiato il loro cervello, il porno ha sostituito l'affetto. Rimane il corpo. E così si mutilano, si fanno a pezzi, si uccidono. È l'unico linguaggio che capiscono. L'unico gesto che abbia ancora peso.
Stessa cosa in Noyz. Il corpo è la pagina, il sangue è l'inchiostro. Non c'è altra grammatica possibile.
E poi c'è la questione della pornografia. Sia Gioventù Cannibale che l'horrorcore romano sono ossessionati dal porno, non come feticismo, ma come sintomo. Il porno è l'unico regime di rappresentazione che funziona ancora. Tutto il resto è finzione, simulazione, performance. Il porno, invece, mostra la carne per quello che è: materia, nient'altro.
In Cappuccetto Splatter di Luttazzi, uno dei racconti più sottovalutati dell'antologia, la fiaba viene riscritta attraverso il filtro del porno e della violenza gratuita. Cappuccetto non è più una bambina innocente: è una merce, un corpo esposto al consumo. Il lupo è la TV, il mercato, la società dello spettacolo che ti divora. Letteralmente.
Stesso discorso in Noyz. L'erotismo nei suoi testi non è mai romantico, mai liberatorio. È sempre malato, sempre violento, sempre mortifero. In Verano Zombie il desiderio non è mai erotico: è thanatos allo stato puro, rivolto verso la morte come unica forma di intensità rimasta. «Sangue da bere, bare da aprire / per guardare i morti negli occhi», non è un feticismo, è la logica conseguenza di un mondo in cui tutto il resto, l'amore, la politica, la fede, è già marcio.
Due specchi della stessa Italia (marcia)
Alla fine, Gioventù Cannibale e Noyz Narcos raccontano la stessa storia. L'Italia che si divora. L'Italia che ha smesso di credere in qualsiasi narrazione collettiva e si rifugia nell'unica cosa che rimane: il corpo. La carne. Non perché l'uno abbia letto l'altro, non c'è nessuna filiazione diretta, e Noyz arriva all'horrorcore attraverso Gravediggaz e Three 6 Mafia, non attraverso Einaudi Stile Libero, ma perché erano due antenne che captavano la stessa frequenza. Due sintomi dello stesso paese.
Ma c'è una differenza. Gioventù Cannibale era un libro Einaudi. Aveva una prefazione, una casa editrice, una legittimità culturale. Noyz, invece, rappava su mixtape masterizzati, su CD-R venduti per 5 euro. Era underground. Era illegittimo. E proprio per questo, forse, più onesto.
Perché mentre i cannibali finivano nelle librerie e nei talk show, Noyz rimaneva nella fogna. E dalla fogna continuava a rappare. A sventrare. A dissotterrare.
Oggi, a distanza di vent'anni, entrambi i linguaggi, quello letterario e quello musicale, sembrano profetici. Perché l'Italia continua a mangiarsi. Solo che adesso lo fa sui social, con i reality, con la politica-spettacolo. Il corpo è ancora lì, al centro di tutto. Esposto, violato, consumato. E Noyz, nell'aprile 2026, porta nei palazzetti Italian Horror Story, un tour che celebra vent'anni di carriera: la fogna, stavolta, riempie i grandi impianti.
E forse Gioventù Cannibale e Non dormire non erano opere d'arte, bensì autopsie di un paese morto che finge ancora di respirare.
E il cadavere, come sempre, parla chiaro.
Ilaria Salvatori


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