28 marzo 2026

La letteratura russa è morta, viva la letteratura russa!

Se pensiamo alla letteratura russa pensiamo senz’altro ai grandissimi nomi del XIX secolo come Tolstoj, Dostoevskij o Gogol… se però vogliamo andare un po’ più a fondo e capire meglio i meccanismi e la relazione tra la Russia e i suoi letterati, non si può non prendere in considerazione alcuni autori che hanno scandito il ritmo della cultura russa nel periodo tra l’ascesa dell’Impero sovietico e il suo fisiologico declino…

Siamo nel 1914, nella “grande Russia degli Zar”, e con l’avvento della prima guerra mondiale l’incredibile regno dei Romanov, sopravvissuto a secoli di Storia, sotto lo Zar Nicola II inizia seriamente a vacillare. Le avvisaglie di quello che sarebbe poi accaduto c’erano già tutte: un popolo stanco ed umiliato e dei sovrani incapaci di adempiere ai loro compiti. Così, proprio quando la Grande Guerra sembrava aver avuto un punto, arriva la fatidica “guerra civile”, che porterà come ben sappiamo alla presa di potere da parte dei rivoluzionari.

Tante sono le avanguardie che nascono in questo periodo, e l’intelligencija è portata a fare i conti con uno sconvolgimento senza pari a livello socio-culturale, oltre che politico. Non passerà molto tempo che gli intellettuali a cavallo tra i due secoli, prevalentemente invisi al nuovo Regime, dovranno affrontare dure sfide per potersi esprimere in maniera “libera”. La regola, soprattutto a partire dagli anni ’20, sarà l’epurazione di tutto ciò che poteva essere considerato “controrivoluzionario”, ma non per questo la letteratura russa si è fermata, anzi si fa più “estrosa” e “immaginifica”. Né il terrore Staliniano né lo scoppio della Seconda Guerra mondiale, comunque, fermeranno la letteratura di protesta, nonostante il sistematico tentativo di soppressione e censura

Alcuni casi particolari ci possono aiutare sicuramente a capire meglio l’aria che si respirava negli ambienti letterati di quella che possiamo definire “epoca sovietica”.

Anna Achmatova

Nata nel 1889, Anna Andréevna Gorenko fin da giovanissima si dedica alla scrittura (la sua pima pubblicazione risale al 1912), si trasferisce a Kiev e (ripudiata da un padre che non la voleva scrittrice) utilizzerà come pseudonimo il nome ereditato dai suoi avi tartari, Achmatova. Si sposa molto giovane con un poeta, Gumilëv, fucilato in seguito con l’accusa di essere un sovversivo. Il suo reale spessore, però, esce fuori prepotentemente più avanti, col susseguirsi dei tragici avvenimenti che la investono nel corso della sua vita: un matrimonio infelice, la nascita di un figlio che non era capace di crescere da sola, un secondo matrimonio con un altro scrittore, poi imprigionato anche lui come controrivoluzionario; saranno momenti dolorosissimi per lei, con marito e figlio entrambi in pasto ai Gulag, e certa ormai di essere la prossima. 

È proprio in questo contesto che la scrittrice abbandona i temi più intimisti ed emotivi per farsi aspra critica al regime, negli anni che vanno dal ’35 al ’40, con la raccolta Requiem: lei e le sue amiche letterate la impareranno a memoria, terrorizzata dall’inevitabile minaccia dell’oblio. Comunque e imprescindibilmente legata alla Sua Russia, così è introdotta la pubblicazione della sua raccolta forse più importante, avvenuta solo nel ’61:

No, non sotto un cielo straniero,
non al riparo di ali straniere
io ero allora col mio popolo,
là dove, per sventura, il mio popolo era.

È presente in queste poesie non solo il suo strazio ma quello dell’infinità di donne che come lei facevano code interminabili per poter avere notizie dei loro cari, risucchiati dalle purghe staliniane:

Diciassette mesi che grido
Ti chiamo a casa.
Mi gettavo ai piedi del boia,
figlio mio e mio incubo.
(1939)

A dimostrazione di quanto può dirsi ironica la sorte, Anna Achmatova sopravvive a Stalin, fino al 1966, ma solo poco prima della sua morte la sua figura di grandissima intellettuale venne riabilitata; amata immensamente poi ripudiata, definita “monaca e puttana”, solo negli ultimi anni riuscì ad ottenere veramente il riconoscimento che le era sempre spettato.

Osip Mandel’stam

Nato nel 1891, insieme alla Achmatova e al suo già citato primo marito Gumilev, fu un esponente di spicco della corrente poetica degli achmeisti durante il periodo antecedente alla Rivoluzione. Nonostante avesse convintamente aderito al bolscevismo, non era privo di tendenze anticonformiste, le quali sfociano inesorabilmente nel 1933, con la celebre Viviamo sentire sotto di noi il paese, meglio conosciuta come Epigramma a Stalin

Arriverà qui a definire lo stesso Stalin “il montanaro del Cremlino”:

[…]
Là ti ricordano come il montanaro del Cremlino,
le sue tozze dita come vermi grassi
come pesi di ghisa le sue parole esatte
se la ridono gli occhioni di blatta
e rilucono i gambali dei suoi stivali.

Questo “epigramma” non gli costa un’immediata fucilazione, ma una sicura deportazione: Mandel’stam morirà cinque anni dopo, nel ’38, in un “campo di transito” situato a Vladivostok.

Zazubrin e la sua scheggia

Nato nel 1895, Vladimir Jakovlevič Zubkov (noto come Zazubrin) giovanissimo lavorerà per una rivista clandestina e, fin dal 1914, entrerà a far parte delle file dei bolscevichi. Combatte nella rivoluzione del ’17, e nel ’19 si unirà ai partigiani dell’Armata Rossa. Si ammala di tifo rischiando la morte, dopo di che comincerà a scrivere il suo primo romanzo, Due mondi

Nel 1923, diventato segretario di redazione della rivista Luci siberiane, tenta di pubblicare un racconto particolare, La scheggia, bloccato però dalla censura. Proprio i censori subito gli consiglieranno una rielaborazione, così dopo averlo modificato tenterà nuovamente su Il navale rosso (krasnaja nov), ma fallisce ancora una volta. Questo strano racconto vedrà la luce solo nel 1989: ritrovato per caso nella Biblioteca di Stato russa, verrà pubblicato in due riviste, una delle quali proprio, neanche a dirlo, proprio Luci siberiane.

 Se questo autore ci risulta controverso e curioso, lo è ancora di più il suo racconto, nel quale vale la pena addentrarsi: a narrare le vicende è Srubov, čekista a capo delle esecuzioni nei confronti dei controrivoluzionari; la vera protagonista, però, è “Lei”, ovvero l’agognata Rivoluzione, nel nome della quale vengono giustificati (anzi istituzionalizzati) i crimini più aberranti.

Il libro si apre proprio con un’agghiacciante esecuzione di massa; il Nostro è incredibilmente fiducioso ed è pronto a qualsiasi cosa in Suo nome, se non fosse che, pagina dopo pagina, entra in una prospettiva inedita… si accorgerà di essere, come tutti gli altri, nient’altro che una scheggia in questo assurdo “ingranaggio rosso”. Non vuole certamente essere casuale l’utilizzo di termini umanizzanti nella descrizione di questa “entità”, ossia la Rivoluzione, mentre qualsiasi personaggio descritto sembra perdere qualsiasi connotato umano; quasi ci aspettiamo, quindi, il triste destino di Srubov, ovvero l’inesorabile perdita di ogni briciolo di razionalità e lucidità.

Aleksandr Solzenicyn

Nato nel 1918, insignito del premio Nobel nel 1970, Aleksandr Isaevič Solzeničyn è stato un forte contestatore del regime Sovietico, conosciuto oggi soprattutto per il suo capolavoro Arcipelago Gulag; qui, di fatto, va a sostenere come il potere zarista non riuscì mai a raggiungere la stessa ferocia e le tendenze violente dell’Unione Sovietica, ed in un certo senso nemmeno una stretta così forte delle maglie della censura. Vede piuttosto un forte legame con le insurrezioni giacobine e il segno di presagio dato dalla Rivoluzione francese.

Durante la seconda guerra mondiale viene inviato in Prussia come ufficiale d’artiglieria; qui assiste a numerosi crimini nei confronti dei civili da parte di quelli che sostenevano essere i “liberatori”; assiste a violenze, saccheggi indiscriminati e omicidi rimasti impuniti. Tutto questo lo racconta nel 1950, mentre si trova in un campo di prigionia a Ekibastuz, (nascerà da questa esperienza anche una delle sue opere minori più conosciute, ovvero Una giornata di Ivan Denisovič) in uno straziante poema intitolato Notti prussiane (Prusskie noiči). Il poema racconta appunto l’avanzata dell’armata rossa nella Prussia orientale verso la fine della Guerra. Solzenicyn critica inoltre agli Alleati il ritardo nell’aprire un fronte Occidentale contro la Germania nazista, e ritroviamo spesso questo biasimo, all’interno delle sue opere.

Più avanti scriverà due racconti, strettamente legati tra loro: Ego e Per linee interne. Perché legati tra loro? Essenzialmente perché raccontano lo stesso stralcio storico visto però da sue punti di vista sideralmente opposti; utilizzando come punto di partenza le insurrezioni contadine contro il potere sovietico nate all’indomani della Rivoluzione d’Ottobre, Solzenicyn racconta da una parte la storia di un uomo che ha deciso fino alla fine di stare dalla parte degli oppressi, dall’altra quella di un ragazzo che riesce a farsi largo nelle maglie dell’armata rossa (e del potere sovietico) restando sempre a galla nonostante i repentini smottamenti interni di quello stesso potere. Insomma due storie parallele, speculari, una che ci parla di un fallimento annunciato, l’altra di tanti compromessi, ma comunque due facce della stessa medaglia. Ad interessarci, però, è soprattutto ciò che dice Zukov, il protagonista del secondo racconto, che col pretesto di dover stendere le sue memorie fa una potente riflessione su cosa si può e cosa non è invece permesso “ricordare”.

Negli anni 60/70 in Russia si parla di “disgelo” e vengono ripubblicati quegli scrittori precedentemente costretti all’oblio (tra cui proprio la Achmatova, ma anche Mandel’Stam, Nabokov, Bulgakov), ma è anche il periodo della letteratura “dell’immigrazione” nonché terreno fertile per numerosissimi memoriali. È un mondo in cui da una parte si vorrebbe tornare alle “origini”, uno status quo ante rivoluzione; ma verso gli anni ’80 si prospettano nuove coordinate ideologiche, e i nuovi intellettuali vorrebbero, in un certo senso, andare “oltre il disgelo”. 

La centralità, l’importanza avuta fino ad allora da intellettuali, scrittori e poeti sta andando ad affievolirsi, per spegnersi concretamente nel ’91. La letteratura russa, che fino ad allora era la sfera in cui si dibattevano i temi più cruciali, ecco, questa letteratura, da allora non troverà mai più quella forza, quella spinta alla critica, allo scontro, come anche al sostegno nei confronti del potere. Finisce così un’epoca in cui davvero la carta stampata faceva paura quanto oggi potrebbe far paura una campagna diffamatoria sui social network. La letteratura russa è morta, viva la letteratura russa.

Cristiana Carta

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