3 aprile 2026

Walter Siti e il Bene della letteratura

Per lavoro mi capita di dover scrivere o correggere delle frasi motivazionali. Quelle frasi che danno un messaggio positivo, che devono stare bene un po’ dappertutto: su un calendario, su un’agenda, su un quaderno. “Anche i piccoli passi contano”; “il momento giusto è quello in cui inizi”, eccetera. Sono per lo più frasi banali, e va benissimo così: un calendario motivazionale non è Delitto e castigo, e nessuno pretende che lo sia. Il problema comincia quando quei toni, quella pretesa morale, entrano nella letteratura; quando questa diventa un oggetto pensato per rassicurare, per includere, per confermare o, e forse è la cosa più grave, per educare al Bene. Walter Siti parla anche di questo nel suo bel pamphlet Contro l’impegno. Riflessioni sul Bene in letteratura (Rizzoli, 2021). 

Una delle idee principali del libro è che una parte consistente della letteratura contemporanea abbia sostituito l’ambiguità con la rettitudine, la contraddizione con la testimonianza, il rapporto col Male con una pedagogia dei giusti sentimenti. Ad introduzione del libro leggiamo:

Da un po’ di tempo si è diffusa l’idea che la letteratura debba promuovere il bene, guarire le persone e riparare il mondo. Breviari e “farmacie letterarie” promettono di confortarci e di insegnarci a vivere, i romanzi raccontano storie impegnate a fare giustizia, confermando chi scrive (e chi legge) nella convinzione di trovarsi dalla parte giusta. […] [La letteratura] [s]ostiene il Bene se il Potere lo reprime, ma quando il Potere si nasconde dietro stereotipi di buona volontà lei non ha paura di far parlare il Male, di affermare una cosa e contemporaneamente negarla, di mostrarci colpevoli innocenti e innocenti colpevoli.

Lavori come quello di Siti sono sempre in bilico tra il buon senso e una tesi reazionaria, oppure potrebbero diventare un lamento da specialista infastidito perché il mondo legge male. Ma quello che mi pare Siti faccia, non è sostenere che la letteratura non debba parlare del bene, della giustizia, della sofferenza, delle vittime, delle minoranze, delle ferite della Storia. Sarebbe sciocco. I classici sono pieni di opere moralissime, edificanti, apertamente orientate da una visione etica, e non per questo sono criticabili. Il punto su cui l’autore batte è un altro: non è il bene a rovinare la letteratura; è il bene quando esso diventa semplificazione, quando si presenta già deciso, immune dal dubbio; quando “i personaggi non si modellano sulla realtà ma sulle convinzioni ideologiche dell’autore”.

Siti insiste su una cosa elementare: la bontà del tema non assolve la povertà della lingua. La causa non redime la sciatteria. Quello che oggi si constata è invece il contrario: individuato un tema giudicato buono per definizione, alla forma si chiede soltanto di essere trasparente, comunicativa, disponibile, cioè innocua. Il romanzo, insomma, diventa un altoparlante della cronaca, un prolungamento emotivo del giornalismo:

la versione oggi prevalente dell’engagement punta su un contenutismo tanto orientato sulla cronaca quanto angusto, con temi che non è difficile elencare: migranti, vari tipi di diversità, malattie rare, orgoglio femminile, olocausto, bambini in guerra, insegnanti eroici, giornalisti o avvocati in lotta col Potere, criminalità organizzata, minoranze etniche.

Ma non è bene, obietterà il lettore scettico, che la letteratura allarghi il campo dell’empatia? Non è bene che racconti i dimenticati, gli oppressi, i sommersi? Ma certo che lo è. Il problema è che la letteratura trova la sua forza - mi spingerei a dire la sua utilità - non quando distribuisce attestati morali, ma quando complica il quadro, quando incrina l’evidenza, quando ci fa vedere che anche il colpevole ha una voce e che anche l’innocente, guardato da vicino, non coincide mai perfettamente con la sua funzione simbolica.

Una parte succosa del pamphlet è poi il capitolo su Saviano, in cui Siti cerca di difendere la propria concezione di letteratura: 

Saviano ha sempre fretta di raccontare, come se il mondo vivesse in una perpetua emergenza, che è una contraddizione in termini […]. 

Ma è anche interessante vedere come Siti, che oltre ad essere un saggista e romanziere è stato anche normalista e docente universitario (nonché uno dei massimi esperti di Pasolini), smetta i panni del polemista e indossi quelli dei fine critico letterario e svolga un’interessantissima analisi delle opere di Saviano.

Un concetto interessante in Siti è anche la differenza tra verità letteraria e verità giornalistica. Mentre il giornalismo deve ridurre l’ambiguità, la letteratura dovrebbe cercare di fare il contrario, dovrebbe vivere di ciò che il giornalismo dovrebbe evitare: le sovrapposizioni, i rovesciamenti, il fatto che un personaggio possa essere insieme repellente e seducente, colpevole e vulnerabile, odioso e comprensibile. Non per assolverlo o condannarlo: ma per conoscerlo.

È qui che secondo Siti parte della letteratura di oggi fallisce. Perché cercare di conoscere davvero significa anche lasciare entrare nel testo ciò che si teme; significa ammettere che l’odio può essere interessante quanto l’amore - e quando dico interessante non intendo degno di essere rappresentato: intendo proprio interessante. Significa che il male, quando la letteratura lo affronta, non deve essere per forza già in disfacimento, già ridicolizzato, già consegnato alla nostra superiorità morale. Una delle osservazioni di Siti riguarda proprio questa tendenza contemporanea a rappresentare il nemico quando è già caduto: ed è una scelta comprensibile, umanamente vendicativa; ma letterariamente è più comoda che coraggiosa. Il vero rischio comincia quando il male è ancora vitale, seducente, quando lo scrittore ne è vulnerabile.

Forse il punto è che oggi si tende a giudicare la letteratura soprattutto per i suoi effetti. Naturalmente nessuno scrittore scrive fuori dal proprio tempo, e nessun lettore legge fuori dal proprio sistema morale. Ma da questo non consegue che un testo vada smussato, amputato; segue semmai che vada spiegato, contestualizzato; contraddetto, se necessario. Mi sembra, invece, che ci sia la tendenza ad una censura pedagogica, che del resto nasce da timore o sottovalutazione del lettore - a proposito della tendenza pedagogica, Siti scrive una cosa interessante, ovvero che “il valore terapeutico o ricostruttivo della letteratura si è esteso dalla psicologia individuale al dovere sociale”. E però, questa pedagogia del bene rischia di produrre libri sempre meno memorabili, proprio mentre pretende di essere civilmente necessaria. Si vuole parlare a tutti, e quindi si semplifica; si vuole essere dalla parte giusta, e quindi si trascura la complessità; si vuole essere educativi, e quindi si rinuncia a quella parte improduttiva, opaca, che è forse il cuore dell’esperienza letteraria.

Siti periodizza questo passaggio dentro il cosiddetto neo-impegno, nato nel clima successivo al 1989 e poi accelerato dopo il 2001: il mondo si rimette a correre, molti scrittori si sentono in dovere di schierarsi, e la cura stilistica appare quasi un lusso fuori luogo (“in trincea non stai a vedere come sei pettinato”). In tempo di emergenza, la complessità viene vista come una colpa.

C’è poi anche la questione dei nuovi approcci accademici alla letteratura che, mi pare di capire, Siti non vede di buon occhio, specialmente quando si tratta di un certo approccio materiale e scientifico rispetto ad uno più umanistico, e scrive: 

Ma […] non si può nemmeno tacere […] che la spinta a questi studi è nata negli Stati Uniti dal fatto che i dipartimenti umanistici vengono generalmente finanziati meno di quelli scientifici, per cui tocca agli umanisti dimostrare di essere “scientifici” anche loro (e allora vai col darwinismo letterario, e il cognitivismo, e le statistiche della ricezione […]). Ma siamo ancora alla fase pionieristica in cui si arriva ‘scientificamente’ a risultati che, empiricamente e forse superstiziosamente, conoscevamo già. Mi è capitato, quando ancora insegnavo, di discutere una tesi di laurea in cui, dopo aver sottoposto a un test ben mille spettatori, si dimostrava con tanto di tabulati e grafici e “campana di Gauss” che la scena più memorabile della Dolce vita è quella in cui Anita Ekberg si bagna nella Fontana di Trevi. Irresistibile mi sale alla memoria l’epigramma che Fortini dedicò al critico derridiano-lacaniano Stefano Agosti: ‘Da immani fumi minimali arrostì’.

O ancora: 

Analizzando Lolita, Lisa Zunshine nota che Nabokov “manipola brutalmente il lettore, facendogli credere alla fine che non si tratta di pedofilia, ma di una perversa ragazzina che approfitta di un uomo maturo”, e che l’autore ottiene questo esecrabile risultato nientemeno che “inducendo il lettore a identificarsi con Humbert Humbert”. Ma va’? Così ahimé funziona la letteratura.

Naturalmente penso che Siti stia selezionando in modo un po’ parziale gli esempi più favorevoli alla sua tesi, che si soffermi sul peggio di questo tipo di ricerca accademica, e però è un fatto che questa tendenza ci sia; che giovani studiosi siano portati dal tempo presente a questa sorta di studi scientifici, perché danno risultati apparentemente più verificabili, precisi, intelligibili e, ma è una pia illusione a volte, oggettivi; e, forse, anche più facili.

In conclusione, tornando alla questione principale in Siti, la letteratura, a differenza della politica e del giornalismo, non è tenuta a essere affidabile. Anzi, quando lo diventa troppo, quando si fa limpida, edificante, di solito comincia anche a diventare meno interessante. Un politico che solletica i nostri impulsi peggiori fa danni; un giornalista che indulge nell’ambiguità tradisce il suo compito. Uno scrittore, invece, lavora proprio lì, in quella zona equivoca dove ci si riconosce e insieme ci si rifiuta, dove il male non è ancora ridotto a caricatura e il bene non si presenta come una verità già pronta. È difficile accettare una letteratura che si fondi su quel tipo di bene descritto e criticato da Siti; e non penso nemmeno che basti il suo contrario, il nichilismo, il gusto del torbido, l’adorazione adolescenziale del negativo. Non è che il Male nobiliti automaticamente un testo; ma un testo che non ammetta il conflitto, che non sappia “tollerare due pensieri contrastanti”, che non lasci entrare l’Avversario, difficilmente sarà un testo rilevante. Insomma, rischierà di accontentarsi della bontà dei propri temi, di credere che basti stare dalla parte giusta e sì, forse rischierà di assomigliare un po’ troppo a quelle frasi da calendario che ogni tanto mi capita di incontrare.

Marco Torboli

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