1 giugno 2026

Il razzismo americano: una malattia incurabile


Dalle piantagioni alla segregazione razziale.

Era il 22 giugno del 2020 quando l’agente di polizia Derek Chauvin uccideva soffocando con un ginocchio sul collo George Floyd, un uomo afroamericano il quale era sospettato di possedere una banconota falsa da 20 dollari.
Il 12 aprile del 2015, a ventiquattro anni, Freddie Gray, fermato mentre circolava con la sua bicicletta, venne assassinato dalla polizia dopo essere entrato in coma, morendo per un trauma alla spina dorsale.
Il 9 agosto 2014, la polizia di St. Louis sparò e uccise il diciottenne Michael Brown, sospettato di una rapina.
Il 26 febbraio del 2012, George Zimmerman, un vigilantes improvvisato, sparò ed uccise il diciassettenne Trayvon Martin, il quale era colpevole di camminare nel quartiere sbagliato.
La lista di afroamericani assassinati dalla polizia americana potrebbe essere ancora molto lunga e da molti di questi episodi di brutale violenza sono spesso sorti numerosi movimenti di protesta che hanno animato gli Stati Uniti.
Il caso di George Floyd ha riacceso animi di rivolta in milioni di persone in tutta l’America, ma queste proteste, spesso violentemente represse dalle forze dell’ordine, non sono riuscite a portare ad un sostanziale cambiamento della situazione. 
Il razzismo negli Stati Uniti non è infatti un semplice fenomeno che si può liquidare in poche righe, ma un vero e proprio pilastro della società e della cultura americana, con cui risulta sempre più necessario dover fare i conti, soprattutto a pochi mesi dalle nuove elezioni presidenziali.
La marcata differenza che ancora oggi si respira fra bianchi e neri nelle grandi città americane è il retaggio di un’intera storia di un Paese che ha costruito parte delle sue fondamenta sulla violenza dello sfruttatore sullo sfruttato, sulla paura della mescolanza, sulla separazione del diverso e sulla segregazione del nero.

Le razze rosse e nere che abbiamo sotto gli occhi dal punto di vista della storia naturale sono di fatto inferiori ai bianchi in tutte le realizzazioni del corpo e della mente. 

Queste sono parole tratte dal testo Considerazioni sulla razza di Thomas Jefferson, principale autore della Dichiarazione di indipendenza americana, considerato fra i padri costituenti della nazione, nonché governatore dello Stato della Virginia, in cui inasprì ferocemente la legislazione contro gli schiavi reintroducendo le pene per smembramento ed impiccagione.
Queste parole rappresentano uno snodo fondamentale per l’affermazione del razzismo americano. In quei territori che stavano reggendo da anni la loro forza economica su un insostenibile e violento sistema schiavistico, dove l’istituzione della schiavitù era perfettamente accettata, si iniziò a parlare della superiorità di un gruppo di individui rispetto ad un altro, non per le diverse posizioni sociali ma per una distinzione di pelle, un carattere dovuto non ad una condizione servile, ma ad un ordine naturale.

La schiavitù era una vera e propria istituzione ed una condizione di vita accettata, che fu alla base di gran parte del successo economico europeo ed americano.
Il sistema delle piantagioni, simbolo inconfutabile della grande stagione di scambi e scoperte dell’età moderna, fu una colonna portante dell’intero sistema economico dei nascenti stati-nazione europei. Tuttavia, la struttura delle piantagioni si rivelò ben presto insostenibile a causa dell'eccessiva violenza perpetrata dai padroni bianchi nei confronti dei loro schiavi neri, i quali venivano acquistati sulle coste africane e, attraverso quello che veniva chiamato “il passaggio di mezzo” (ovvero la grande traversata in nave dell’Atlantico), giungevano nelle varie colonie europee.
La violenza non giovava di certo agli schiavi neri, i quali venivano costantemente vessati fisicamente, ma anche i bianchi piantatori erano afflitti dalla malattia della violenza: le loro paure e la loro paranoia di una possibile ribellione o di possibili fughe si configuravano come una vera e propria psicosi. Non dobbiamo infatti dimenticarci di come nelle colonie delle isole francesi e inglesi la popolazione bianca
rappresentasse una quota tra il 2 ed il 5% della popolazione.
Il pericolo di rivolte era reale e terrorizzava i padroni bianchi, che come soluzione avevano solo quella di alimentare il proprio regime di terrore.
Altro grande pericolo risultava essere quello della “contaminazione”. Più il sottile confine fra “negri” e “bianchi” rischiava di diminuire grazie alla presenza di padroni meticci e di mescolanze, e più si era costretti ad aumentare la violenza per evitare che l’ordine strutturale presente nelle colonie, che aveva fatto la fortuna di molti, mutasse.
Come ha ben espresso la storica francese Aurelia Michelle nel suo libro Il bianco ed il Negro, il “negro” non è nient’altro che il prodotto mostruoso di un secolo di piantagione atlantica, non è nient’altro che una finzione volta a distruggere la sua umanità.
Più i “negri” rischiavano di essere socialmente come i bianchi, più dovevano essere “negrificati”: è in tal senso che nacquero i cosiddetti “liberi di colore”, i “ neri affrancati” e i “mulatti”.

Nel 1776, 13 colonie del nord America decisero di rendersi indipendenti dalla corona inglese. Di fatto stava nascendo ex novo un altro stato schiavista che, però, trovava le sue radici direttamente nel colonialismo bianco.
L’altra grande rivoluzione del XVIII secolo, dopo quella americana, fu ovviamente la rivoluzione francese, in cui si sancì l’uguaglianza di tutti gli uomini e la fine della schiavitù.
Abolita in Francia realmente nel 1848 con la terza rivoluzione e negli Stati Uniti nel 1865, la schiavitù non era più un mezzo sufficiente ed accettato per tenere i “negri” al loro posto. La distinzione bianchi-neri non poteva più essere giustificata da una condizione sociale, diveniva così necessario dimostrare che essi non potevano essere come i bianchi per delle ragioni inconfutabili ed empiricamente dimostrabili: dunque per delle cause naturali.
La differenza doveva essere giustificata su un discorso razziale, come dichiarava Thomas Jefferson: i neri non erano come i bianchi, anzi erano inferiori.
Non è di certo una casualità che dopo la caduta dei vari sistemi schiavistici e le rivoluzioni liberali, nella seconda metà del 1800, si impose un’idea di razzismo scientifico, ovvero un tentativo di giustificare le disuguaglianze umane dal punto di vista della ricerca scientifica.
Il negro, se prima era relegato alla posizione di schiavo, ora era libero, adesso faceva davvero paura; per questo divenne necessario organizzare la vita e gli spazi per far si di rimanere rigorosamente separati.
Come abbiamo già detto nel 1865 gli Stati Uniti abolirono la schiavitù, ma nello stesso anno si creò una delle associazioni razziste più note di sempre, il Ku Klux Klan, formato da reduci dell’esercito confederato sconfitto, e numerose città degli stati ex-schiavisti (soprannominati Diexland) voteranno una serie di leggi razziali (note come leggi Jim Crow) instaurando un vero e proprio regime di segregazione: quartieri diversi, scuole diverse, locali diversi, autobus diversi.


La segregazione negli Stati Uniti divenne una vera e propria istituzione nella storica sentenza “Plassey vs Ferguson”, quando la dottrina del Separate but equal entrò di fatto a far parte della costituzione. Il regime segregazionista americano creò un vera e propria frattura nella società statunitense. La separazione fra neri e bianchi risultò ovviamente essere totalmente sbilanciata a favore di questi ultimi, l’immensa comunità afroamericana non ebbe alcuna possibilità di sviluppo e progresso per gran parte del XX secolo.
La violenza esercitata dai bianchi in numerosi casi divenne fuori controllo, tuttavia è necessario ribadire che gli uomini e le donne afroamericane non possono essere visti come dei soggetti totalmente passivi, come dei casi di studio, ma essi possiedono dietro di loro un vissuto e delle storie in grado di portarli a compiere delle scelte radicali: così come gli schiavi si organizzavano in fughe e rivolte di fronte all’aumentare della violenza dei propri padroni, gli afroamericani, schiacciati dalla repressione di legislazioni statali segregazioniste o dalla crudeltà dei gruppi suprematisti bianchi, si unirono in atti di ribellione non violenti che videro il loro culmine nelle “marce da Selma a Montgomery” guidate da Martin Luter King.

Martin Luter King

Il segregazionismo americano si concluse formalmente quasi un secolo dopo l’abolizione della schiavitù, con la firma del presidente Lyndon Johnson del Civil Rights Act del 1964. Tuttavia secoli di storia razzista e segregazionista non possono essere facilmente cancellati con la firma di alcune leggi.
Neanche la presidenza Obama, primo uomo afroamericano alla Casa Bianca, è riuscita a porre fine alle profonde disuguaglianze e tensioni razziali presenti nella società statunitense.
Analizzando alcuni dati, possiamo osservare come oggi gli afroamericani costituiscano circa il 13% della popolazione americana, ma rappresentino il 24% delle vittime degli omicidi commessi dalle forze di polizia. Per gli afroamericani il rischio di rimanere uccisi è circa il triplo rispetto ai bianchi; inoltre, risulta che il 99% degli agenti coinvolti in questi casi rimanga impunito, senza subire provvedimenti
disciplinari.
Altri dati interessanti riguardano il sistema carcerario: circa il 60% dei detenuti americani è composto da ispanici ed afroamericani, mentre il 58% dei detenuti nelle carceri minorili è di origine afroamericana.
Nonostante la fine ufficiale della segregazione nel 1964, le profonde disparità tra bianchi e neri sono ancora evidenti in molte città americane. Innanzitutto risulta essere ancora molto marcata una differenza di tipo economico.
Nel primo trimestre del 2020, il tasso di disoccupazione fra gli afroamericani era circa il doppio rispetto a quello dei bianchi; mentre il tasso di povertà fra gli afroamericani risulta essere particolarmente rigido, con il 27% di persone al di sotto della soglia di povertà; in termini assoluti il reddito medio di una famiglia afroamericana nel 2018 ammontava a circa 41mila dollari mentre quello di una famiglia americana bianca sui 70 mila dollari.
Risulta essere diseguale anche il livello di istruzione: nel 2018, solo circa 1.800 afroamericani possedevano una laurea magistrale, rispetto ai circa 15.000 bianchi. Questa disparità aumenta ulteriormente man mano che si sale di livello di istruzione.

Questi dati si riflettono inevitabilmente sullo stile e la qualità della vita condotti dalle famiglie afroamericane rispetto a quelle bianche. Se i quartieri riservati a soli bianchi formalmente non esistono più, grazie al divieto di accordi fra proprietari bianchi per non vendere o affittare case ai neri (i cosiddetti “Restrective Covenants”), ancora oggi, però, in molte città statunitensi risulta essere presente una vera e propria segregazione residenziale, dovuta alla convergenza di pelle e classe sociale: numerosi sono i quartieri privati a cui si può accedere solo se si è come gli altri.
I quartieri neri sono dunque estremamente più poveri e vedono al loro interno la proliferazione di insicurezza, criminalità e degrado: in un contesto dove le scuole nei vari quartieri ricevono finanziamenti in base al reddito e alla tasse pagate dai residenti tutto ciò diventa inevitabile.
Questo dislivello economico, sociale e abitativo non può fare a meno di aumentare un sostanziale pregiudizio da parte della popolazione bianca nei confronti della comunità afroamericana. Tale sentimento, oltretutto, si installa in un più ampio clima di violenza legato alla massiccia diffusione di armi fra la popolazione.
Questo quadro così variegato e complesso non può non influire sull’operato della polizia americana, che risulta spesso essere guidato da una spiccata sensibilità per le armi e da un inconscio stereotipo razziale e sociale.
Dietro ogni cittadino c’è potenzialmente un’arma, ma dietro ogni afroamericano questo sospetto si moltiplica, poiché ci sono più probabilità che provenga da un quartiere malfamato, di conseguenza più probabilità che stia guidando un’auto rubata o che stia progettando un furto nel caso in cui egli dovesse essere fermato in un quartiere benestante bianco.
Il profiling risulta essere una potenziale tecnica investigativa volta a ricostruire i tratti psicologici di un personaggio tramite i pochi indizi raccolti, ma troppo spesso a guidare le azioni degli agenti di polizia risulta essere il cosiddetto racial profiling, ovvero quel pregiudizio che vede come un potenziale criminale chi ha un determinato tipo di pelle, o una specifica identità etnica.
A tutto ciò si aggiunge una costante militarizzazione della polizia, dotata di armi sempre più pesanti. Questo processo di riarmamento che sta coinvolgendo le varie polizia locali degli USA, giustificato dalla lotta alla droga e al terrorismo, risulta spesso emergere nel corso della repressione di manifestazioni, come è avvenuto durante le proteste del movimento Black Lives Matter, a seguito della morte di George Floyd.


Se prima le unità SWAT erano le uniche dotate di particolari armamenti militari ed il loro uso era centellinato a casi ben specifici, i loro interventi nel corso del XXI secolo sono aumentati sempre di più, basti pensare che nel 2010 lo stato del Connecticut, le ha inviate per fare irruzione in un bar sospettato di vendere alcol ai minorenni.
Il sentimento repressivo e poliziesco dei governi americani è probabilmente sancito dalla nascita di una nuova Task Force speciale interdipartimentale, volta a proteggere i “monumenti, i memoriali e le statue”, annunciata dal Department of Homeland Security il primo luglio del 2020, proprio durante l’esplosione delle proteste del movimento BLM.
Come vediamo dunque, né il “Civil Rights Act" del presidente L.B. Johnson nel 1964 e neanche l’elezione di Barak Obama, primo presidente afroamericano della storia nel 2009 sono bastati a chiudere un capitolo lungo ormai svariati secoli.
Il fatto che cariche prestigiose e di potere siano ricoperte da persone nere non può bastare a considerare il razzismo all’interno della società americana come un problema marginale, anzi, la fuoriuscita degli afroamericani dai loro degradanti quartieri neri non ha fatto altro che acuire il senso di paranoia e di psicosi bianca, alimentato dalla paura che i neri possano effettivamente sostituirli; una vera e propria logica schiavistica che già nel XVII secolo alimentava il terrore nei piantatori bianchi che i propri schiavi potessero ribellarsi, fuggire e prendere il loro posto. In questi casi l’unica soluzione apparente sembrava e sembra essere la violenza.
Le tensioni legate al tema del razzismo negli Stati Uniti sembrano ondeggiare a seconda dei vari casi di abuso della forza da parte della polizia, ma se il problema non verrà affrontato seriamente dalle future amministrazioni statunitensi rischierà di esplodere e di configurarsi come una vera e propria crisi interna.

Riferimenti bibliografici

  • A. Michelle, Il Bianco e il Negro. Indagine storica sull’ordine razzista, Einaudi editore, Torino, giugno 2021.
  • Lisa A. Lindsay, Il commercio degli schiavi, editore Il Mulino, Milano, maggio 2023.
  • A. Portelli, Il ginocchio sul collo, Donzelli editore, Roma 6 ottobre 2020, p.34.
  • Harry E. Groves, Separate but equal-The doctrine of Plessy v. Ferguson. Published by: Clark Atlanta University.
  • Numeri della violenza della polizia Usa: ecco come è cambiata la geografia degli omicidi, Ilsole24ore, 7 agosto 2020.
  • National Association for the Advancement of Colored People, Criminal Justice fact Sheet.
  • U.S. Bureau of Labor Statisics.
  • Andrew Howard Nichols and J. Oliver Schak, Degree Attainment for Black Adults: National and State Trends, Education Trust.
  • Jennifer Dev, A Ferguson armati come in Iraq. Negli Usa troppi poliziotti in assetto da combattimento, La Stampa, 19 agosto 2014.
  • Kristen Holmes e Geneva Sands, Homeland Security establishes task force to protect monuments, memorials and statues, CNN, wed 1 July, 2020.
Simone Savasta

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