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12 gennaio 2021

L'estate muore giovane a Castle Rock o in un paesino del Gargano

L'estate muore giovane

Nel 2019, il bar tender che ci prova con l'avvinazzata di turno, doveva essere un cliché fuori moda (o almeno si sperava). E invece no. Se poi l'avvinazzata, di cui sopra, non era in uno stato di hangover sufficientemente avanzato, succede anche di accorgersi che le avances subite, fossero un cocktail a base 
di consigli letterari. 
E' più o meno con questa modalità che sono venuta a conoscenza dell'esordio letterario di Mirko Sabatino, L'estate muore giovane, edito dalla casa editrice Nottetempo, fondata a Roma nel 2002, ed è con la stessa modalità che ho riconosciuto una serie di curiose tangenze, non solo in termini di spazio e tempo, con il racconto Il corpo, nato dalla penna del maestro del thriller/horror Stephen King, contenuto nella raccolta Stagioni diverse, pubblicata nel 1982. 

30 novembre 2020

Rodari e il fantastico errore

Gianni Rodari

«Oh Capitano! Mio Capitano!» è questa la frase che mi viene in mente quando rivedo una foto in bianco e nero di Rodari; quando rovistando nella libreria confusionaria di un’avida lettrice appassionata come me trovo uno dei suoi libri o quando di rado riesco ad ascoltare una delle interviste sempre interessanti, piene di spunti che rivedrei a ripetizione per cogliere il significato nascosto di ogni parola.
Ecco, Rodari per me è come il professor Keating nel film immortale L’attimo fuggente e per lui salirei sul banco per sconvolgere ogni schema, cambiare prospettiva e comprendere che in fondo tutto ciò che ci guida veramente è la passione, l’arte, la fantasia perché anche se per un attimo, ci fa sollevare su ali sottili che lasciano trasparire il sole ma che allo stesso tempo sono resistenti e solide e ci fanno salire in alto al di sopra delle nuvole.

22 novembre 2020

Intervista a Ginevra Roberta Cardinaletti autrice del libro "Il sorriso è dei forti"

Ginevra Roberta Cardinaletti

In un periodo di difficoltà e di ansia come quello che stiamo vivendo, sorridere sembra essere diventato un lusso. Per Ginevra Roberta Cardinaletti, invece, è l'unica (o quasi) forza a cui aggrapparsi. Proprio come recita il titolo del suo nuovo libro, Il Sorriso è dei Forti (Edizioni Aloha). Autrice che negli ultimi anni, con le sue precedenti opere letterarie (Il Peggio è Passato e gli ho Sorriso, Undici Donne e Ci Vediamo Fuori Luogo) ci ha abituato ad uno stile frizzante, fresco, romantico, ma al tempo stesso profondo e ricco di personale introspettiva. Come personale è Il Sorriso è dei Forti, un tuffo nel mondo di Ginevra Roberta Cardinaletti, dove i protagonisti sono le tante persone che incontrate nel suo percorso e che tanto l'hanno arricchita in termini di sentimenti ed esperienze umane. Un nuovo capitolo nell'attività letteraria di Ginevra Roberta Cardinaletti, un volume pronto ad affascinare e, perché no, a strappare un sorriso. Ma sentiamo cosa ci ha raccontato di se stessa, e del suo più recente lavoro, la brava Ginevra Roberta Cardinaletti...


15 ottobre 2020

Un giallo in versi: indagini del commissario Magrelli

Il commissario Magrelli

Con questi versi Valerio Magrelli (Roma, 1957) apre la sua «piccola ma nutrita enciclopedia del reato» come lo stesso commissario la definisce nella quarta di copertina, opera che nasce da una profonda insofferenza verso la recente “giallizzazione” della letteratura contemporanea. 


6 ottobre 2020

Invito al viaggio: da Dante a Over the garden wall

Dante e Virgilio

Osservazioni (semi) serie sul II canto dell’Inferno e sulla miniserie animata Over the garden wall 

«Ma la modernità di Dante?», questo si domanda Carlo Verdone nel film Gallo cedrone; infatti non esiste autore più moderno di Dante Alighieri: le sue opere, in primis la Commedia, hanno ancora molto da insegnarci. La letteratura non ha età: i tormenti dell’animo umano non mutano, i sentimenti e le emozioni non cambiano aspetto nell’avvicendarsi dei secoli. Ecco perché, ad esempio, testi come il II secondo canto dell’Inferno possono descrivere alla perfezione un nostro stato d’animo, come se ci fossimo confidati con l’autore e questi avesse deciso di mettere tutto per iscritto! 

Quanti nel corso della propria vita hanno dovuto affrontare un viaggio importante? Quanti invece sono in procinto di lasciare la propria terra, la propria zona di comfort, per dirigersi verso una nuova, distante mèta? Qual è l’emozione predominante? Sicuramente la paura ed il dubbio

Nulla di allarmante, anche Dante provò questi stessi tormenti


10 febbraio 2020

Il primo vero amore di D’Annunzio: Giselda Zucconi

D'annunzio
D’Annunzio in un'incisione di Ephraim Moses Lilien

Girando tra i mercatini di libri vecchi mi imbatto in un volume di Ugo Ojetti dal titolo Cose viste edito nel 19281. Il libro copre il triennio 1926-1928 e fa parte di una serie di sette volumi dove Ojetti (1871-1946) aveva raccolto gli articoli scritti per il Corriere della Sera nell’arco di 15 anni, dal 1923 al 1939. Oggi Ojetti è praticamente dimenticato anche per il suo passato di fascista e l’adesione alla Repubblica Sociale Italiana (Gramsci scrisse di lui che “la codardia intellettuale dell’uomo supera ogni misura normale”) ma Indro Montanelli in un articolo del 2000 ne ha rivalutato le qualità di giornalista e scrittore2.

6 giugno 2019

«Parlo con Paul Auster?» «Qui non c’è nessuno che si chiami così.»

Paul Auster


«Parlo con Paul Auster?»«Qui non c’è nessuno che si chiami così.»
Inizia così il nodo gordiano che aggroviglia e impiglia il lettore al racconto di Paul Auster Città di vetro, primo dei tre racconti che compongono Trilogia di New York
Chi alza la cornetta è Daniel Quinn, scrittore di gialli, ma solo per denaro, perché la vena artistica l’ha persa in un incidente che nessuno vuole raccontarci. 
Ha perso anche la moglie e il figlio e questo vuoto sembra essere il primo palazzo di vetro che Quinn abita senza volerlo. 
Lo chiamano nel cuore della notte, vogliono un certo Paul Auster, investigatore. Parte da qui l’impiccio che fa del romanzo, più che una mera prova di metaletteratura, una chiave di lettura della nostra condizione umana. 

14 gennaio 2019

Edgar Allan Poe: un uomo che intrise di mistero anche la sua morte

Copertina Il corvo

Nevermore…”, questo sussurrò il Corvo appollaiato nella sua plutonica imponenza al protagonista della poesia più celebre di Edgar Allan Poe, sovrastandolo con plumbea ed incomoda compagnia sol per rispondere ai drammatici interrogativi dell’uomo relitto ad un destino di sofferenza. “Mai più…”, questa invece la traduzione nella lingua italiana del messaggio, sibillino e parenetico, dell’uccello che conduce l’uomo preda di angoscia e dolore verso l’ineludibile consapevolezza dell’irreversibilità di una sorte infausta. 

15 maggio 2018

«A escrita é um delírio organizado». António Lobo Antunes e il profumo delle parole

Libri di Lobo Antunes

L’Estado Novo; gli infiltrati della PIDE; la guerra coloniale in Angola; Lisbona vista con gli occhi d’un De Sica lusitano. E ancora, Benfica, povertà spirituali che riempiono monolocali umidi, centrini all’uncinetto, vecchie nonne che parlano solo il galiziano. La rivoluzione del ’74.
Per quale motivo un italiano dovrebbe leggere questo melanconico cantore d’uno dei paesi più poveri e isolati d’Europa? Perché un medico psichiatra dovrebbe lasciare la moglie e il lavoro per dedicarsi esclusivamente e ossessivamente alla scrittura? Perché un passato defunto, che si vorrebbe cancellare, risale come un conato di vomito e torna a inquinare il presente?

12 marzo 2018

E’ – dicono – la Regina del Pulp. Ma la sua corona è ereditaria…


Isabella Santacroce

Il mio nome è Starlet. Non so perché i miei mi abbiano chiamato così. Nemmeno loro lo sanno. Non amano le cose facili, già collaudate.
Comunque Starlet mi piace. È insolito, diverso come me. Anche la figlia di Marisa Berenson si chiama Starlet. Mi diverte la faccia che fa certa gente quando sente il mio nome. Se mi chiamassi Laura o Sabrina, nessuno ci farebbe caso.

E’ il biglietto da visita delle protagonista di Fluo, storie di giovani a Riccione. Il romanzo d’esordio di Isabella Santacroce, protagonista che racconta in prima persona la sua vita nell’estate romagnola, in quella Romagna in bilico fra il benessere capitalista e la tolleranza sinistroide.


28 dicembre 2017

Come Bufalino può cambiare la vita

Ritratto di Bufalino
Ritratto di Bufalino (dal libro In fondo agli occhi. Ritratti siciliani di Arturo Patten - Edizioni di passaggio editore)

Ci sono persone che sconvolgono le altrui esistenze attraverso i dettami del loro stile di vita o la fascinazione della loro arte; proprio come Alain de Botton suggeriva nel titolo di un famoso libro su Proust, così è avvenuto per chi ha avuto il pregio di conoscere Gesualdo Bufalino. Tra coloro cui è toccata questa invidiabile sorte c’è Giovanni Iemulo, comisano, amico dello scrittore e bibliotecario della Fondazione Bufalino. 
A Comiso le persone conoscevano Bufalino come “U prufissuri”, il professore, poiché aveva insegnato per tanti anni presso le scuole superiori. Tutti erano al corrente della sua passione per i libri perché ne “divorava” in grande quantità, mentre altri conoscevano persino l’interesse per la scrittura, avendo regalato ad amici libriccini con alcuni suoi scritti. Nessuno però sapeva che Dino - nome affettuoso con cui gli amici d’infanzia come il pittore Salvatore Fiume lo chiamavano abitualmente - in realtà nascondesse un romanzo che in poco tempo l’avrebbe reso celebre: Diceria dell’untore, vincitore del premio Campiello nel 1981. La vittoria non cambiò soltanto le sorti dello scrittore, ma anche quella della piccola casa editrice di Palermo, la Sellerio, che grazie al fiuto di Elvira Sellerio e Leonardo Sciascia proiettarono la casa editrice verso una diffusione nazionale.

2 dicembre 2017

«Morire, come ogni altra cosa, è un'arte». Due scomparse indecenti e una morte ambiziosa

Giuseppe Tomasi di Lampedusa Gesualdo Bufalino Rino Gaetano
Giuseppe Tomasi
di Lampedusa
Gesualdo Bufalino
Rino Gaetano

Mi applicai, per puro amore della materia e dei suoi effimeri portatori, alla elaborazione di malattie che fossero rispetto alla morte aditi e corridoi, atrii, anticamere fastose, vestiboli; coltivai la mira di fare del morire grazie ad opportuni affanni del corpo un itinerario interminabile e sacro […].
Giorgio Manganelli

In uno dei più geniali testi di Giorgio Manganelli, Discorso sull’invenzione di una patologia universale, l’anonimo, narcisista scrivente loda le malattie, i malanni, le infermità, i morbi ed ogni genere di malesseri da lui ideati «non allo scopo di incrementare la morte, che non ha senso, essendo ormai chiaro che ogni malattia ha con la morte un rapporto stilistico, o urbanistico, ma solo per decorare il percorso, talora per abbreviarlo, ma non per condurre direttamente al risultato»; un elogio estetico non della morte – «la più generosa di tutte le puttane» – ma del percorso che ad essa conduce, dell’atto del morire e non della morte stessa.


6 agosto 2017

La vita in un bagaglio a mano. Consigli per l’uso di Gabriele Romagnoli


Si può iniziare a raccontare una storia, una vita, mentre si è stesi ancora vivi in una cassa da morto? Il racconto, suddiviso in brevi capitoli dal sapore realistico-moderno, narrato da Gabriele Romagnoli è una narrazione che ha inizio proprio da lì, da una cassa da morto, o anche, dalla fine della vita per raccontare la vita. Il viaggio prende le mosse dal desiderio di comprendere il tanto ricercato “senso della vita”, il peso delle cose e, soprattutto, arrivare a capire il nocciolo della propria esistenza, o almeno avanzare elucubrazioni, ipotesi soddisfacenti sullo stato della propria esistenza. Metodi estremi in un tempo di estrema razionalità. L’agenzia della morte, con sede nella Corea del Sud, offre alla popolazione con il più alto tasso di suicidi la possibilità di diventare attori coscienti di un evento ineluttabile. In Occidente parlare della morte è tabù, nella terra del tramonto sono preferibili atteggiamenti meno riflessivi e goderecci. La cultura occidentale è un continuo invito alla notte del pensiero abbagliato dalle folgori dell’edonismo più sfrenato. Anche questo, in fondo, è un modo per morire.

9 aprile 2017

Universale e particolare nella poetica di Kafka

Kafka

L'opera di Kafka sembra volere indagare l'uomo da punti di vista insoliti, stranianti, che tengono conto del particolare, più che dell'universale. I suoi romanzi e racconti non parlano mai direttamente di crisi esistenziali e dubbi metafisici, i quali invece, pur taciuti, sono le radici profonde di ogni scritto di Kafka. Così Joseph si trova a dover risolvere una bizzarra faccenda giudiziaria, e l'agrimensore K. è costretto a convivere con un misterioso malinteso, senza che vi sia mai una spiegazione, un chiarimento, una ragione che sta alla base di tutto.

20 febbraio 2015

Il peso della storia - Il grande quaderno (A. Kristóf, Trilogia della città di K., PT. I)



Nonostante una grande fluidità e un'apparente semplicità nelle sue prose, non è affatto scontato collocare un'autrice come Ágota Kristóf stabilmente all'interno di un qualsiasi panorama letterario, né da un punto di vista nazionale né in un'ottica rigorosamente stilistica. Nata in un remoto villaggio dell'Ungheria nordoccidentale nel '35, a soli 21 anni fugge in Svizzera durante l'assedio di Budapest da parte dell'Armata Rossa. Dopo aver attraversato il confine con l'Austria a piedi ed essere rocambolescamente giunta a Neuchâtel, la giovane scrittrice lavora per cinque anni in una fabbrica di orologi, periodo in cui inizia la stesura di dialoghi teatrali con l'intenzione di migliorare la sua conoscenza del francese. La fuga dall'Ungheria rappresenta un abbandono definitivo del proprio Paese natale e al contempo della lingua madre; tutti i suoi scritti dagli anni '70 in poi saranno difatti redatti in francese, scelta azzardata considerando la scarsa conoscenza del nuovo idioma (ammessa in prima persona dall'autrice stessa), ma che garantirà in seguito un vasto successo di pubblico e di critica. Saranno necessari ben trent'anni di pratica ad Ágota Kristóf per perfezionare la stesura in prosa in lingua francese e vedere finalmente pubblicato il suo primo romanzo, Le grand cahier (Il grande quaderno, edito in Italia da Guanda nel 1988 con il titolo di Quello che resta), che otterrà numerosi riconoscimenti e verrà tradotto in oltre trenta lingue. Si tratta del primo volume della cosiddetta Trilogia della città di K., pubblicata in un unico volume dalla Einaudi e giunta l'anno scorso alla quarta ristampa.

12 novembre 2014

La Venezia eterna secondo Brodskij

Iosif Brodskij

Quando Iosif Brodskij lascia l'Unione Sovietica nel giugno del 1972, fuggendo da una censura nei suoi confronti sempre più opprimente, opta per un breve soggiorno in Europa, precisamente a Vienna, dove grazie alla complicità di W. H. Auden riesce ad ottenere un posto presso la University of Michigan. Appena cinque mesi dopo il suo approdo negli States il giovane scrittore si trova nuovamente in Europa, stavolta sulle sponde dell'Adriatico, attratto da qualche reminiscenza di letture di Henry de Régnier e da una serie di dodici datate cartoline color seppia appartenenti alla nonna di una sua amante che ritraevano una città meravigliosa, avvolta da una densa atmosfera invernale, estremamente intrigante e vagamente somigliante alla sua San Pietroburgo. Quel luogo era Venezia, e nel freddo Natale del 1972, mettendo piede nella città che più di tutte amerà, il visitatore ricorda con un tono enigmatico che «molte lune fa il dollaro era a quota 870 e io ero a quota 32. Il globo era anch'esso più leggero – due miliardi di anime in meno – e il bar della Stazione, in quella gelida sera di dicembre, era deserto». A dispetto del traumatico primo impatto con la città lagunare Brodskij vi si recherà con una certa assiduità nel corso dei successivi diciassette anni; e proprio nel 1989, due anni dopo l'assegnazione del Nobel per la Letteratura all'autore russo, il Consorzio Venezia Nuova commissiona la stesura di un'opera in qualche modo celebrativa e definitiva sulla Serenissima.

15 settembre 2014

Un Leopardi inaspettato

Giacomo Leopardi

Quando studiavo Giacomo Leopardi a scuola così come qualsiasi scrittore che ci veniva imposto dai programmi annuali, scattava negli studenti un inguaribile sentimento di ripulsa ma anche un'aura di vacua sacralità che quel figurativo mausoleo di parole ci proiettava. Io in realtà trovavo affascinante la letteratura, forse per una predisposizione naturale alle materie umanistiche o forse perché la riflessione sulla vita mi ha sempre interessato. Tuttavia ricordo i commenti in merito alla vita dell'autore e all'interpretazione delle opere; la sua sembrava più che altro la pedante immagine di un individuo che invece di vivere una vita normale si dedicava "barbosamente" alla letteratura. Ciò che ignoravamo era l'idea che ogni scrittore avesse un lato umano ben più reale di come ce lo potessimo immaginare. Sarebbe bastata la lettura saltuaria di una lettera o uno scritto secondario per scoprire un Leopardi diverso, grazie ad espressioni in un linguaggio comune scevro dalle retoriche letterarie e per questo molto più vero.

27 marzo 2014

Il “veleno” e la donna nella letteratura scandinava: Tove Ditlevsen

Tove Ditlevsen

La chiamano letteratura delle donne, che significa, forse, "per" le donne e viene attentamente distaccata da quella più regolare fatta dagli uomini rivolta a tutti gli uomini. Quella delle donne no, non può che puntare alle donne per le vicende prettamente femminili come i sussulti emotivi che le animano. Letteratura da donna per le donne. Oppure no. Perché se con il sostantivo “uomini” si intende globalmente tutti gli esseri umani di ambo i sessi, per le donne è diverso sempre, anche nella lingua, eppure il sentimento che si agita nell'animo di una donna è il primigenio soffio di una forza naturale che non può che scegliere la vita, la passione, anche a costo di assoggettarsi allo spiacevole qualificazione di “femminuccia”. Siamo tutti, intendo uomini e donne, siamo tutti donne nei sentimenti, al di là della facciata mascolina alla quale oggi ci abituano modelli di sessi vincenti e forti, la debole forza femminile è tacita in ogni essere umano. La chiamano letteratura da donna, per le donne ma forse questo è il solo modo di definire una letteratura schiava del mito del superamento del maschilismo.

25 marzo 2014

Ipotesi filologica su un’epigrafe di Brancati


La donna sarebbe più affascinante se si potesse cadere fra le
sue braccia senza cadere nelle sue mani.
Ambrose Bierce

Quand’ero giovane davvero – e il termine “giovane” non era ancora diventato un eufemismo politicamente corretto di “fallito” – in casa mia non c’erano molti libri. Avrei tanto voluto, ma la mia non è mai stata una di quelle famiglie nelle quali padri e figli si scambiano commenti sull’ultimo volume della Recherche letto. Proprio no.

Il bell’Antonio

2 novembre 2011

Due racconti di Alberto Savinio

Nel mondo c’era la Testa. Poi venne la Croce. Allora Testa e Croce si misero a giocare a testa e croce, e tutto il male viene da lì.Alberto Savinio, Occhio n. 6
Alberto Savinio, L'annunciazione
Alberto Savinio, L'annunciazione, 1932, coll. priv.

Avevo letto di Savinio solo una cosa, la raccolta di racconti Casa «la Vita», e già avevo ammirato la sua lingua pastosa, riccioluta, insolentemente inutile. Alberto Savinio ha sempre (ingiustamente) sofferto la “sindrome del fratello famoso” («Savinio?», «si, il fratello di De Chirico»). Non lo meritava, lui che aveva ideato col fratello la Metafisica e che aveva finito per non goderne la fama indaffarato com’era ad arrischiare nuove strade e nuove forme d’espressione e forse, come si vocifera, volontariamente oscurato dal fratello, col quale ruppe ogni rapporto dopo anni di benefici traffici artistici.