10 febbraio 2011

Il nichilismo dell’Italia

Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,
proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.
E solo perché sei cattolica, non puoi pensare
che il tuo male è tutto male: colpa di ogni male.

Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.


Pier Paolo Pasolini,
Alla mia nazione

Da una decina d’anni l’Italia è divenuto un Paese da analizzare a causa dei suoi mutamenti sociali, politici ed economici in atto; tanto da determinare un aumento degli articoli e degli approfondimenti presso le maggiori testate internazionali: l’«Economist», il «New York Times», «le Figaro», «El Pais»… Questo interesse non è banalmente rivolto solo all’anomalia politica del premier o ai ripetuti scandali che affliggono ogni angolo del paese, ma all’evoluzione (o involuzione) antropologica dei suoi cittadini; un’evoluzione che mostra i frutti maturi di un dilagante nichilismo che sembra uccidere i fondamenti della nostra società, della nostra cultura e persino della nostra identità nazionale.


Il decennale conflitto istituzionale tra poteri dello Stato sembra trovare un fertile terreno di scontro tra opposte tifoserie. Si manifestano così le radicate convinzioni che apparati dello Stato tentino di sovvertire lo status quo, o che dietro certe decisioni vi siano precisi intenti lesivi della libertà individuale dei cittadini. Non entro nel merito dei singoli fatti di cui sarebbe opportuno discorrere a lungo, dico solo che tutte queste “fedi” trovano appiglio nella tradizione italiana della dietrologia. Ogni italiano infatti mostra un’inguaribile attitudine a valutare il cui prodest? d’ogni decisione o evento pubblico, come se dessimo ormai per certa una trama sotterranea in tutte le circostanze. Questo spirito smaliziato sembra venire da lontano, forse da una certa coscienza collettiva tramandatasi dall’epoca romana passando sotto il machiavellismo dei regni pre-unitari, finendo nelle oscure vicende della storia contemporanea, a quei “Misteri italiani” cioè che dall’ultimo dopoguerra ad oggi ci hanno svezzato a colpi di stragi e omicidi irrisolti. Così si pone quasi sempre il dubbio sulla liceità nell’approvazione di certe leggi, di certe sentenze giudiziarie, di certe nomine mai troppo cristalline: insomma non ci si fida di nessuno perché in fondo il nostro paese (a detta di tutti) non è una democrazia compiuta, e come tale non è equo con i suoi cittadini. La scarsa fiducia di cui godono le istituzioni italiane è lo specchio di un potente individualismo. Per questo ogni azione viene compiuta con l’intento egoistico di realizzare il proprio tornaconto annullando di fatto la volontà del bene comune. Da qui nascono anche i timori di un possibile mutamento (o degenerazione) del nostro sistema democratico verso forme più autoritarie. Ma questo è un altro discorso…


L’individualismo degli italiani unito alla sfiducia nelle istituzioni, ad un familismo che sospinge un sistema antimeritocratico, porta dritto ad una strada: il nichilismo. Ognuno è per sé, ognuno deve fare ciò che desidera, ognuno deve aspirare al meglio anche a danno degli altri. Sicché quando un politico o un dirigente d’azienda vengono colti in flagranza di reato scatta anche la “falsa” morale cristiana del perdono, che a mio avviso non sembra altro che un alibi da autoidentificazione. Le malefatte altrui sono in fondo quelle che nel piccolo, quotidianamente, ogni italiano manifesta attraverso abusi e storture di convenienza. Per questa ragione si tende a perdonare e a minimizzare quasi ogni reato salvo i più atroci, compiuti contro un ragazzino o una minorenne, i quali fanno scattare una rabbia civile (alcuni vorrebbero persino la pena di morte) e una morbosa ingordigia di notizie come per i delitti di Avetrana, Cogne, Perugia ecc. Si pensi allo sgomento collettivo nelle immediate ore successive ai succitati delitti e all’indifferenza (o abitudine) con cui si sono apprese le frodi finanziarie o certe commistioni mafiose di politici ed imprenditori. Due opposti che s’incastrano: i delitti che scuotono le coscienze e i reati “ordinari” contro la collettività che ci rendono indifferenti. Ma questo doppio binario con cui ci si informa (o distrae?) mostra i segni di un’anomalia, d’una sensibilità collettiva distorta rispetto qualsiasi paese. Un’anomalia che fa del caso italiano un unicum europeo (e forse persino mondiale) rendendo il nostro paese culturalmente arretrato e sull’orlo d’un baratro da cui pare difficile uscirne.

Quando una nazione accantona la parte culturalmente migliore di sè: artisti, scrittori, filosofi, scienziati o musicisti, significa che essi non hanno più un ruolo nella società. La percentuale di italiani che legge libri risulta essere tra le più basse d’Europa, di converso anche gli artisti e la loro creatività mostrano affanni a causa dello scarso sostegno sociale. Se si eccettua il cinema (appena risollevatosi dopo anni di declino) i restanti settori arrancano. E non basta considerare qualche best seller ben scritto per non accorgersi chiaramente d’una mancanza di idee e di coraggio; il coraggio appunto, quello che Monicelli più volte rimproverava alle nuove generazioni, quel coraggio che limita la sperimentazione artistica e la forza della denuncia sociale. In un frangente assai difficile per la nostra società (italiana e occidentale) nessun intellettuale mostra le doti di guida verso un’ipotesi nuova di paese. D’accordo, dopo il muro di Berlino le ideologie sono crollate e con esse anche le speranze e il vento coraggioso delle idee. Ma nella nostra penisola solo Saviano è riuscito ad avere una giusta copertura mediatica per alzarsi coraggiosamente in piedi e denunciare una certa deformazione culturale, come a rivendicare il ruolo di uno Sciascia, che ahimè, difficilmente potrà essere sostituito. Non bastano quindi le prese di posizione di Camilleri, di Eco, di Tabucchi e di altri intellettuali contro i tagli alla cultura o le posizioni governative. Qui manca l’analisi pasoliniana della società, il coraggio di Adriano Olivetti, l’estro creativo di ingegneri, designer e architetti; mancano perché non solo non c’è posto per loro, ma perché l’innovazione è un terreno impervio che si scontra con una “diffidente indifferenza” degli italiani. Ma anche una mancanza di logica, sostituita fin troppo spesso da scelte istintive o di mero comodo. Ciò avviene in ambito amministrativo quanto in quello privato dove tutti sembrano colti da un delirio privo di qualsivoglia logica. Sembra che il buonsenso che contraddistingue i cittadini delle altre nazioni stenti a manifestarsi.

Ma da cosa deriva tutto ciò? Di chi è la colpa di questo stato di cose? Della politica, si dirà banalmente… No, non solo d’essa, ma dai molteplici attori che aggiungono al paniere ulteriori lenti deformanti. Ad esempio c’è da considerare il potente ruolo del Vaticano che pone anacronistici veti sui temi etici della famiglia o del testamento biologico, o attraverso le critiche aspre in ambito scientifico come per le teorie darwiniane. 
Questo ruolo che imbriglia culturalmente la nazione rallentando un’apertura etico-sociale agli argomenti sensibili mantiene dall’altro lato un imbarazzante silenzio sul degrado dei suoi costumi. L’assenza di concrete prese di posizione su questi aspetti autorizza i cittadini “meno informati” e culturalmente più labili a mantenere degli schemi mentali su alcune tematiche, e a manifestare un totale nichilismo verso altre. Così subentrano le trite affermazioni: «Ognuno è libero di fare come meglio crede», «Tanto sono tutti uguali.» Parole che mostrano comunemente un ulteriore e distorto dualismo di pensiero laddove dovrebbe essercene uno solo.
Ma c’è anche da considerare il ruolo di una storia che vede il nostro paese inseguire un’altalena di crisi e successi e gattopardiani mutamenti, che in fondo, hanno tradito le fin troppe promesse non mantenute. Da qui la disillusione verso tutto e verso tutti, la farsa teatrale con cui quotidianamente osserviamo il mondo tramite un surreale gioco delle parti. «Siamo uno dei pochi paesi europei a non aver fatto la rivoluzione» ci ricordava poco tempo fa Monicelli, un’esperienza storica che non ha mai formato una vera identità coagulante verso prospettive conquistate dalla gente comune. Da qui la perenne rassegnazione e l’incapacità di reazione…

In passato personalmente credevo che il contatto con l’Europa, la mobilità delle genti e la concorrenza con le altre nazioni potesse portare un miglioramento sino alle latitudini minori, laddove gli echi gattopardiani sono sempre stati palpabili e i pregi e i difetti dell’Italia enfatizzati. Oggi rileggendo le parole di Leonardo Sciascia tratte da Il giorno della civetta mi accorgo di come sia divenuta amara la constatazione del presente:


Forse tutta l'Italia va diventando Sicilia... A me è venuta una fantasia, leggendo sui giornali gli scandali di quel governo regionale: gli scienziati dicono che la linea della palma, cioè il clima che è propizio alla vegetazione della palma, viene su, verso il nord, di cinquecento metri, mi pare, ogni anno... La linea della palma... Io invece dico: la linea del caffè ristretto, del caffè concentrato... E sale come l'ago di mercurio di un termometro, questa linea della palma, del caffè forte, degli scandali: su su per l'Italia, ed e già, oltre Roma...


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