29 agosto 2014

Un matrimonio giapponese



Le differenze culturali di un paese come il Giappone (rispetto all'Italia) non possono che rendere misterioso e affascinante tutto ciò che concerne la vita e gli usi di questo popolo. La fama del Giappone risiede soprattutto in una tradizione che richiama alla mente la bellezza dei gesti e la raffinatezza di tutto ciò che oggi viene considerato uno stereotipo. Viaggiare in questo paese significa farsi carico di uno spirito di osservazione acuto, anche se non basterebbe una vita per capire i segreti di questo popolo.
Pur nella mia limitatissima conoscenza ho cercato di riportare le sensazioni e i comportamenti cui ho assistito durante un tradizionale matrimonio giapponese (era l'aprile del 2013) tra un ragazzo tedesco e una giapponese.

Il matrimonio è stato celebrato in un tempio scintoista ad un'ora di strada circa da Nagoya. Per arrivare sul posto gli sposi avevano predisposto un pullman con cui gli invitati, giunti dall'Europa e da alcune provincie del Giappone, sarebbero potuti giungere a destinazione senza troppi problemi. Il tempio si chiamava Tsubaki ed era non molto lontano da Sukuza, la famosa città dell'autodromo.
Il ricevimento è avvenuto in un locale in ci siamo trovati a tu per tu con persone di un altro emisfero, dove in molti casi neanche la conoscenza dell'inglese poteva determinare un fattore di familiarità, essendo notoriamente pochi i giapponesi in grado di comunicare in un'altra lingua. Mi sarebbe piaciuto chiacchierare a lungo, chiedere della loro vita, del loro punto di vista in merito all'Italia, al Giappone e persino delle usanze ma appunto non si frapponeva solo una difficoltà comunicativa ma anche caratteriale. I giapponesi sono notoriamente timidi e il dialogo con uno sconosciuto li mette in difficoltà. Per questa ragione a parte qualche amica della sposa o i miei compagni di viaggio, pochi sono stati gli scambi di parole durante l'evento.
Nel corso del buffet una delle conoscenti della sposa girava tra gli invitati scattando delle Polaroid (ma non erano state soppiantate dal digitale?); le foto sviluppate poi vennero firmate dagli invitati e consegnate in ricordo di quel giorno.


Dopo un'oretta circa, quando erano arrivati tutti siamo tornati sul pulmino per dirigerci al tempio. Esso si trovava all'interno di un parco tra alti alberi che emanavano un'atmosfera di serenità. Ci siamo disposti in coppia, come in una processione, con il corteo nuziale guidato dagli sposi.
Il tempio non era molto grande, la saletta in cui si sarebbe svolta la cerimonia era sufficiente per contenere gli invitati seduti davanti a dei tavolini. Ognuno di essi era coperto da una tovaglietta stretta e lunga e di sopra vi era una ciotola e un'elegante confezione contenente delle bacchette in legno, le cosiddette hashi (quelle con cui mangiamo nei ristoranti giapponesi): la nostra bomboniera.
Gli sposi sedevano al centro della sala mentre l'officiante in abito tradizionale si preparava a celebrare il rito accogliendo i convenuti. C'era anche un altro religioso che traduceva in inglese le disposizioni da dare e due "ancelle" (nel rito cattolico le chiameremmo le chierichette) che avrebbero aiutato il celebrante durante il rito.

Ingresso al tempio
Descrivere il matrimonio di per sé è complicato, non conoscendo la complessa simbologia rituale e la ragione di certi gesti. Ma per farsi un'idea di ciò che si è svolto è molto utile guardare il video (allegato) che rende parecchio l'idea di ciò a cui ho assistito. In quella circostanza infatti non era possibile eseguire delle foto (non c'era neanche un fotografo), così solo il tenue ricordo della memoria mi consente di ricostruire le migliaia di sfumature, gesti e sensazioni che mi sono passati davanti come in un film d'essai sull'antico Sol levante.
Vi sono stati tuttavia due frangenti che ricordo con chiarezza: quando è avvenuta la presentazione degli invitati, in inglese e in giapponese, dove ognuno dichiarava il proprio nome, la conoscenza o il grado di parentela con gli sposi; e il secondo momento, che potremmo idealmente associare alla comunione (anche se indubbiamente i concetti sono diversi), quando è stato distribuito del sakè (agli sposi prima e agli invitati poi) versato sulle ciotole attraverso un gesto ripetuto tre volte: due "falsi" tentativi seguiti da un terzo in cui il liquido veniva effettivamente versato. Il culmine della cerimonia è stato la lettura (in giapponese) della formula nuziale cui è seguito lo scambio degli anelli e il liberatorio applauso dei presenti.


Proprio come avvenuto per l'arrivo, al termine della cerimonia, siamo ritornati sui nostri passi con la medesima disposizione a coppia. Durante il percorso qualche passante si fermava a guardare il corteo: qualcuno sorrideva manifestando approvazione con saluti e auguri e c'era persino chi faceva delle foto cogliendo l'inusuale abbigliamento di un occidentale.

Dettagli del kimono della sposa

Osservando le immagini degli sposi è inevitabile l'insorgenza d'una certa fascinazione per gli abiti da cerimonia; l'uomo veste un tipico kimono nero e la donna uno bianco particolarmente elaborato. La stoffa di quest'ultima è ricamata da motivi floreali o di fantasia, mentre la complessa acconciatura è sostenuta da un copricapo bianco denominato tsunokakushi che determina, a causa di un fiocco, una forma simile a quella delle corna; queste corna ovviamente sono simboliche e derivanti dalla tradizione: sono corna di gelosia contro l'egoismo della donna e simboleggiano l'accettazione d'un comportamento sempre obbediente e gentile verso il marito. Indubbiamente tale significato urterebbe la sensibilità di una occidentale, non essendo questo un bell'esempio di eguaglianza tra i sessi. Questo simbolo in effetti mostra un aspetto della società giapponese che sino ad oggi appare particolarmente imbarazzante. Il Giappone è una società maschilista che relega il ruolo della donna spaventosamente in secondo piano. Anche il rapporto di coppia incide su ciò, determinando un'inconscia sottomissione ai voleri del partner; sono le donne a servire l'uomo a tavola, e quand'anche si voglia ripartire i compiti equamente tale atteggiamento potrebbe essere visto come un modo per sminuire le capacità della donna: ma questo è un altro discorso...

Il copricapo, lo tsunokakushi

Un altro aneddoto che riguarda i matrimoni è relativo alla scelta del rito che nel 70% dei casi è cattolico, dato che esso risulta essere meno costoso, più facile da svolgere ed è decisamente più alla moda. I film americani che imperversano in Giappone hanno profondamente plasmato la percezione del rito matrimoniale: l'abito bianco da sposa, la chiesa addobbata e persino l'occidentalissima esecuzione della marcia nuziale di Mendelssohn... La scelta del rito non è vincolato alla religione di appartenenza perché una persona buddista può sposarsi secondo quello cattolico o scintoista, senza creare alcuno scandalo. Tanto è vero che per la maggioranza degli invitati giapponesi (con cui ho potuto parlare) era la prima volta che assistevano ad un matrimonio tradizionale. Tale bizzarria, almeno per noi occidentali che non immaginiamo un matrimonio diverso da quello della nostra cultura religiosa, avviene a causa delle influenze dei dettami buddisti e scintoisti che non prescrivono delle "regole" come le conosciamo noi, ma insegnamenti atti ad elevare la propria individualità. È questa visione della vita a rendere gli orientali meno soggetti alle rigidità etiche: dalla sessualità sino alla condotta di vita, tutto per noi segue il principio di una "regola" la cui violazione induce afflizione per il senso della colpa.

La scritta in un italiano "imperfetto" sulla facciata di una chiesa a Kobe

Volendo aggiungere qualcosa in più su tale aspetto riporto un'esperienza vissuta di persona, quando poco più di un anno fa ho seguito una dimostrazione di meditazione buddista nella mia città. Nel corso della spiegazione in merito alla posizione da assumere o su come applicarsi, i presenti hanno posto delle domande di chiarimento legate, appunto, a questo approccio occidentale fatto di "regole". Molti dei presenti chiedevano come ci si doveva porre per meditare: se in un modo o in un altro, se i palmi delle mani andavano posti la destra sopra la sinistra o viceversa, se le gambe andavano accavallate o ci si poteva sedere, quanto tempo bisognava impiegare per ogni meditazione e quante volte al giorno. E i buddisti rispondevano sempre che ognuno segue i tempi e i percorsi che preferisce, che non esiste una regola o un'impostazione uguale per tutti: che insomma ognuno è libero di fare come meglio crede. Una libertà che affascinava e destabilizzava, nello stesso tempo, le attese dei presenti.

 Foto di gruppo
Il matrimonio giapponese ha rappresentato per me la dimostrazione di come in Giappone ognuno segua una propria regola di vita, che la scelta di sposarsi in un tempio buddista o in una chiesa cattolica non è vincolata da alcuna pressione sociale o religiosa. Assistere a una cerimonia come quella a cui ho presenziato, significa comprendere quanto la nostra cultura sia intrisa di schemi mentali, per questa ragione la scoperta di paesi e usanze lontane può aiutare a capire qualcosa in più su noi stessi.

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