3 agosto 2026

L'Odissea di Nolan e la scatola vuota

L’Odissea di Christopher Nolan ha generato tante critiche ma anche tanti ammiratori. Da un lato, viene tacciata di essere antistorica, forzatamente inclusiva (si veda la polemica sull’Elena nera) e non rispettosa della vera storia di Odisseo; dall’altro, è stata apprezzata la capacità del regista di condensare nel film aspetti che nel poema omerico vengono accennati o comunque sono insiti, come la caduta dell’età del Bronzo o il tema dell’ospitalità. Al netto delle opinioni personali, il colossal di Nolan impone al pubblico una riflessione estetica: qual è il rapporto tra un capolavoro consolidato e un’opera d’arte derivata? Quando la distanza con l’impianto originario diventa eccessiva per recriminare l’unità col modello? 

Due esempi, tratti dalla letteratura e dal teatro, possono inquadrare meglio la questione: l’Ulisse di Joyce e il Macbeth Horror Suite di Carmelo Bene. Nonostante queste opere presentino nel nome un segno di continuità  con Omero e Shakespeare, entrambe si distanziano enormemente dal modello di partenza, che diventa quasi trasparente. Leopold Bloom non è un eroe epico ma un venditore ebreo, il Macbeth di Bene parla al microfono, e queste sono solo due delle tante differenze. Eppure, nonostante se ne allontanino formalmente, entrambe le opere non entrano in contrasto con il modello originario. L’Ulisse di Joyce, è risaputo, è la trasposizione dell’Odissea, dell’epica, nella società moderna; l’opera di Bene si nutre della disperazione diabolica di Macbeth. L’archetipo viene indagato e ampliato, ma non scompare. 

Nolan invece compie l’operazione contraria: egli inventa un archetipo, non segue né sviluppa quello omerico. Il suo Ulisse infatti vive nel pentimento per l’inganno fatto ai troiani. Sebbene presenti, i temi principali del nostos, della vendetta, dell’hybris scompaiono di fronte a quello del rimorso, completamente inventato dal regista. Ulisse non si pente mai del tranello del cavallo, anzi, nel poema è la dimostrazione più calzante del suo ingegno. In Nolan questo stratagemma diventa invece esempio della perdita dei valori di ospitalità e onore di quel mondo greco e, di riflesso, anche del nostro. L’Odissea si trasforma quindi da poema trionfale a poema del peccato. Sebbene il richiamo alla struttura del capolavoro rimanga, tutto assume, a causa dell’impronta data da Nolan, un senso diverso da quello originario. L’opera di Omero diventa per Nolan, moderno Narciso, una scatola vuota da riempire con i suoi pensieri sulla società attuale, che sta perdendo i valori dell’inclusione e dell’ascolto del prossimo. Operazione condivisibile nella sostanza ma che non ha niente a che fare con il modello originario omerico, che ha valori ancora attuali come l’ospitalità, ma è anche misogino e violento: non basta far dire a Penelope che lei ama Ulisse per cancellare il fatto che è segregata in casa sua dai Proci e anche dal figlio, che non vuole l’emancipazione della madre ma il ritorno del padre. Decidere di far vedere soltanto i valori positivi che trasmette un capolavoro, e anzi inserirne uno sconosciuto al poema, nascondendone gli altri, è un procedimento al limite della parodia. Nolan perciò non interpreta l’Odissea ma ne crea una farlocca: l’intento non sembra artistico ma pubblicitario. Questo film perde l’occasione di parlare realmente di quello che viviamo oggi. Sarebbe convenuto ambientarlo nel 2026, senza nessun falso richiamo a Omero.

Riccardo Rosas

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