Visualizzazione post con etichetta incipit. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta incipit. Mostra tutti i post

4 settembre 2018

Il Conte di Montecristo - Alexandre Dumas

Alexandre Dumas

Anch’io, come è accaduto a ogni uomo una volta nella vita, sono stato trasportato da Satana sulla montagna più alta della terra; da lassù mi mostrò il mondo intero e, come aveva detto a Cristo, mi disse: «Allora, figlio degli uomini, che cosa vuoi per adorarmi?». Riflettei a lungo, perché da molto tempo il mio cuore era divorato da una terribile ambizione; poi gli risposi: «Ascolta, ho sempre sentito parlare della Provvidenza, ma non l’ho mai vista né ho mai visto qualcosa che le somigli, il che mi fa pensare che non esista. Voglio essere la Provvidenza perché so che al mondo non c’è niente di più bello, di più grande e di più sublime che ricompensare e punire». Ma Satana abbassò la testa e sospirò: «Ti sbagli – disse – la Provvidenza esiste; ma non la vedi perché, essendo figlia di Dio, è invisibile come suo padre. Non hai visto niente che le somigli perché agisce in segreto e per vie oscure; tutto quello che posso fare per te è di farti diventare uno degli emissari della Provvidenza». Il patto fu concluso: «Forse ci perderò la mia anima, ma non importa – aggiunse Montecristo – quel patto lo rifarei».

18 giugno 2018

Diceria dell'untore - Gesualdo Bufalino

Gesualdo Bufalino

O quando tutte le notti — per pigrizia, per avarizia — ritornavo a sognare lo stesso sogno: una strada color cenere, piatta, che scorre con andamento di fiume fra due muri più alti della statura di un uomo; poi si rompe, strapiomba sul vuoto. Qui sporgendomi da una balconata di tufo, non trapela rumore o barlume, ma mi sorprende un ribrezzo di pozzo, e con esso l'estasi che solo un irrisorio pedaggio rimanga a separarmi... Da che? Non mi stancavo di domandarmelo, senza però che bastasse l'impazienza a svegliarmi; bensì in uno stato di sdoppiata vitalità, sempre più rattratto entro le materne mucose delle lenzuola, e non per questo meno slegato ed elastico, cominciavo a calarmi di grotta in grotta, avendo per appiglio nient'altro che viluppi di malerba e schegge, fino al fondo dell'imbuto, dove, fra macerie di latomia, confusamente crescevano alberi (degli alberi non riuscivo a sognare che i nomi, ho imparato solo più tardi a incorporare nei nomi le forme).

16 maggio 2014

Dalla parte di Swann - Marcel Proust

Marcel Proust

A lungo, mi sono coricato di buonora. Qualche volta, appena spenta la candela, gli occhi mi si chiudevano così in fretta che non avevo il tempo di dire a me stesso: «mi addormento». E, mezz'ora più tardi, il pensiero che era tempo di cercar sonno mi svegliava; volevo posare il libro che credevo di avere ancora fra le mani, e soffiare sul lume; mentre dormivo non avevo smesso di riflettere sulle cose che poco prima stavo leggendo, ma le riflessioni avevano preso una piega un po' particolare; mi sembrava d'essere io stesso quello di cui il libro si occupava: una chiesa, un quartetto, la rivalità di Francesco I e Carlo V. Questa convinzione sopravviveva per qualche secondo al mio risveglio; non scombussolata la mia ragione, ma premeva come un guscio sopra i miei occhi impedendogli di rendersi conto che la candela non era più accesa. Poi cominciava a diventarmi incomprensibile, come i pensieri di un'esistenza anteriore dopo la metempsicosi; l'argomento del libro si staccava da me, ero libero di pensarci o non pensarci; immediatamente recuperavo la vista e mi sbalordiva trovarmi circondato da un'oscurità che era dolce e riposante per i miei occhi ma più ancora, forse, nella mia mente, alla quale essa appariva come una cosa immotivata, inspiegabile, come qualcosa di veramente oscuro. Mi chiedevo che ora potesse essere; sentivo il fischio dei treni che, più o meno da lontano, come il canto di un uccello in una foresta, dava risalto alle distanze, descrivendomi la distesa della campagna deserta dove il viaggiatore si affretta verso la stazione più vicina, e il sentiero che percorre è destinato ad essere impresso nel suo ricordo dall'eccitazione che gli viene da luoghi nuovi e gesti non abituali, dai discorsi e dagli addii scambiati poco fa sotto una lampada straniera e che ancora lo seguono nel silenzio della notte, dalla dolcezza che si approssima del ritorno.

26 febbraio 2014

Il principe - Niccolò Machiavelli



Tutti gli stati, tutti e' dominii che hanno avuto e hanno imperio sopra gli uomini, sono stati e sono o repubbliche o principati. E' principati sono: o ereditarii, de' quali el sangue del loro signore ne sia suto lungo tempo principe, o e' sono nuovi. E' nuovi, o sono nuovi tutti, come fu Milano a Francesco Sforza, o sono come membri aggiunti allo stato ereditario del principe che li acquista, come è el regno di Napoli al re di Spagna. Sono questi dominii così acquistati, o consueti a vivere sotto uno principe, o usi ad essere liberi; e acquistonsi o con le armi d'altri o con le proprie, o per fortuna o per virtù.

Il titolo originale è, in latino, De Principatibus (secondo l'uso, tipico del Machiavelli, di intitolare latinamente i suoi libri) ma fu italianizzato già nelle prime edizioni del 1532. Per quanto riguarda la data di composizione, la tesi più accettabile è quella avanzata da F. Chabod e in genere dai più recenti studiosi italiani, secondo cui Il Principe sarebbe stato scritto di getto, nel giro di quattro o cinque mesi, nel secondo semestre del 1513 [...] Le concezioni politiche del Principe nascono da una posizione naturalistica tipicamente rinascimentale, cioè dall'idea che gli uomini sono un puro fenomeno di natura, (di qui i frequenti riferimenti al mondo animale) non soggetti a mutamenti sostanziali, nonostante il variare dei costumi e delle situazioni storiche. Se dunque gli uomini sono sempre gli stessi e se i fatti del mondo sono determinati dagli uomini, è evidente che si possono dedurre le leggi eterne che governano la storia ed elaborare una scienza politica universalmente valida.

Il testo è tratto dal blog di Emiliano E Zammitti Via degl'incipit

11 gennaio 2014

Discorso sul metodo - René Descartes



Bene vixit qui bene latuit
(Cartesio)

Il buon senso è fra le cose del mondo quella più equamente distribuita, giacché ognuno pensa di esserne così ben dotato, che perfino quelli che sono più difficili da soddisfare riguardo a ogni altro bene non sogliono desiderarne più di quanto ne abbiano. E in questo non è verosimile che tutti si sbaglino; è la prova, piuttosto, che il potere di ben giudicare e di distinguere il vero dal falso, che è propriamente quel che si dice buon senso o ragione, è per natura uguale in tutti gli uomini; e quindi che la diversità delle nostre opinioni non dipende dal fatto che alcuni siano più ragionevoli di altri, ma soltanto da questo, che facciamo andare i nostri pensieri per strade diverse e non prestiamo attenzione alle stesse cose. Perché non basta avere buono l'ingegno; la cosa principale è usarlo bene. Le anime più grandi come sono capaci delle maggiori virtù, così lo sono dei più grandi vizi; e quelli che camminano assai lentamente possono progredire molto di più, se seguono sempre la via diritta, di quelli che correndo se ne allontanano.

Nel 1637 il mondo cambia e non sarà più lo stesso.
Il filosofo e uomo d'armi René Descartes (combattè nella guerra dei 30 anni) o, più brevemente, Cartesio, scrisse Il discorso sul metodo dando il via al razionalismo filosofico, sintetizzato nel celebre motto cogito ergo sum.
Il pensiero è il fondamento stesso dell'esistenza e la radice della conoscenza umana: il dubbio iperbolico può esercitarsi su tutto, ma non sul fatto che l'uomo se dubita, pensa e se pensa, allora è. Da lì si costruisce ogni conoscenza, seguendo la regola dell'evidenza: «non comprendere nel mio giudizio niente di più di quello che fosse presentato alla mia mente così chiaramente e distintamente da escludere ogni possibilità di dubbio».
La conoscenza di Cartesio si esercita partendo dal dubbio, e seguendo il sentiero della ragione (cogito) secondo la regola dell'evidenza e della sua corrispondenza con la realtà (sum).
In tal modo Cartesio inaugura il dualismo, ossia la separazione tra res cogitans (il pensiero) e res extensa (la realtà), addivenendo ad una contraddizione dell'esistenza di due sostanze ultime, laddove la sostanza ultima deve per forza essere una, uno il principio.
Cartesio risolse il problema con il concetto di Dio, creatore sia del pensiero che della materia. Ma apparve subito una soluzione di comodo, in quanto l'idea di Dio derivava dal cogito e non viceversa. Una soluzione quasi blasfema e pericolosa. Come intuì lo stesso Cartesio, che trascorse la vita in un isolamento latitante (lantano=manco, non appaio), onde, traendo dalle esperienze di Galileo e di Giordano Bruno, il convincimento sintetizzato nel famoso motto: Bene vixit qui bene latuit.

18 novembre 2013

Il sarto della stradalunga - Giuseppe Bonaviri




Io don Pietro Scirè sarto della stradalunga, costretto dall'ozio di questi mesi di fitto inverno, mi propongo di scrivere qualche pagina della mia vita. Finite le feste di Natale in cui i contadini, con le berrette calate sino alle orecchie per il freddo, mi girano attorno o per i calzoni di tricot o per la giacca vechia da rivoltare e rimettere a nuovo, a Mineo, per noi sarti, non resta altro da fare che posare aghi, ovatta e forbici e starcene dietro i vetri della bottega a contare le pietre della strada o andare a sputare tra i tavoli del Caffè dei Benserviti.

Italo Calvino fu tra i primi lettori del dattiloscritto di questo romanzo. Scrisse a caldo, nel 1952: «Io mi sono divertito molto a leggerlo. È tutto scritto bene, con una continua inventiva di linguaggio e di spirito. In certi momenti è proprio bello (il dialogo di due che guardano la luna). È disorganico, si potrebbe far finire in qualsiasi punto o continuarlo finché si vuole, è un puro arabesco che parte da un materiale neorealistico ma non lo compone in romanzo, lo arzigogola in un affresco statico e continuo, o in una specie di soliloquio». Il sarto della stradalunga usci nei «Gettoni» Einaudi nel 1954. Ne scrisse il risvolto Vittorini.

Il testo è tratto dal blog di Emiliano E Zammitti Via degl'incipit 

18 settembre 2013

Il profumo - Patrick Süskind


alt
Nel diciottesimo secolo visse in Francia un uomo, tra le figure più geniali scellerate di quell'epoca non povera di geniali e scellerate figure. Qui sarà raccontato la sua storia. Si chiamava Jean-Baptiste Grenouille, e se il suo nome, contrariamente al nome di altri mostri geniali quali de Sade, Saint-Just, Fouché, Bonaparte ecc., oggi è caduto nell'oblio, non è certo perché Grenouille stesse indietro a questi più noti figli delle tenebre per spavalderia, disprezzo degli altri, immoralità, empietà insomma, bensì perché il suo genio unica ambizione rimase in un territorio che nella storia non lascia traccia: nel fugace regno degli odori.

Il profumo di Süskind è un romanzo del 1985 eppure sembra già appartenere alla schiera dei romanzi classici, non solo per la sua ambientazione nella Francia del XVIII secolo ma sopratutto per la capacità inventiva e la forza evocativa della scrittura. Grenouille era un uomo privo di odore ma possedeva un olfatto sviluppatissimo con cui dominava questo senso producendo profumi. Ed è appunto su questa particolare attitudine che il romanzo prende forma e accompagna il lettore alla scoperta di sensazioni nuove.

3 giugno 2013

Il sorriso dell'ignoto marinaio - Vincenzo Consolo



E ora si scorgeva la grande isola. I fani sulle torri della costa erano rossi e verdi, vacillavano e languivano, riapparivano vivaci. Il bastimento aveva smesso di rullare man mano che s'inoltrava dentro il golfo. Nel canale, tra Tìndari e Vulcano, le onde sollevate dal vento di scirocco l'avevano squassato d'ogni parte. Per tutta la notte il Mandralisca, in piedi vicino alla murata di prora, non aveva sentito che fragore d'acque, cigolii, vele sferzate e un rantolo che si avvicinava e allontanava a seconda del vento.

"Non posso dire come Calvino, nella prefazione del 1964 al Sentiero dei nidi di ragno, 'Questo romanzo è il primo che ho scritto' poiché Il sorriso dell'ignoto marinaio è per me il secondo, avendo già pubblicato anni avanti il mio, in qualche modo, 'Sentiero', nato certo in ben diverso terreno e in più diverso clima, di esito certo non comparabile, primo romanzo in ogni modo di iniziazione o formazione, La ferita dell'aprile. Secondo romanzo dunque, 'Il sorriso', che è, come sa ogni scrittore, più rischioso forse del primo, poiché consumate esperienza, urgenza, innocenza, libertà, dovrebbe segnare il superamento d'una esposta adolescenza, impostare la voce, confermare la fisionomia dell'autore, determinarne il futuro". (Vincenzo Consolo)

Il testo è tratto dal blog di Emiliano E Zammitti Via degl'incipit

9 febbraio 2013

Benvenuti in tempi interessanti - Slavoj Žižek

Dicono che in Cina, se si odia veramente qualcuno, lo si maledice così: «Che tu possa vivere in tempi interessanti!» Storicamente i "tempi interessanti" sono stati degli obiettivi irrequietezza, guerra e lotte per il potere che hanno portato sofferenze a milioni di innocenti. Oggi ci stiamo chiaramente avvicinando a una nuova epoca di tempi interessanti. Decenni di Stato sociale, in cui tagli finanziari erano limitati a brevi periodi ed erano sostenuti dalla promessa che le cose sarebbero ben presto tornate alla normalità, stiamo entrando in un nuovo periodo in cui la crisi economica è diventata permanente, è ormai un semplice modo di vita. Inoltre oggi le crisi interessano entrambi gli estremi della vita economica - l'ecologia (l'esternalità naturale) e la speculazione finanziaria pura - e non il cuore del processo produttivo. E' per questo che è cruciale evitare la semplice e ovvia soluzione: «dobbiamo liberarci degli speculatori, mettere ordine, la produzione reale potrà continuare.» La lezione del capitalismo e che queste speculazioni "irreali" sono il reale; se eliminiamo, ne soffre la realtà della produzione.

La terra dell'Occidente è un luogo ricco di paradossi, è la terra di mezzo tra le illusioni che la civiltà progressista continuamente crea, e la sconfitta di dover tornare ad ogni sconvolgimento un po’ più indietro. Queste contraddizioni si esercitano oramai in Oriente come in Occidente, non è più una questione di democrazia o, al contrario, il nodo sta proprio lì: cosa è la democrazia della menzogna? Benvenuti in tempi interessanti… dice anzitutto Slavoj Žižek, e si incammina, accompagnando il lettore, nelle trame di vicende tutte democratiche, di paesi sviluppati, potenze mondiali che crollano tra le crepe aperte da personaggi che denunciano la poca libertà dei sistemi democratici. Vi è un solo un particolare che andrebbe sottolineato per comprendere le dinamiche delle società progressiste-democratiche, ossia il principio di verità e di libertà. Ebbene, una frase di Žižek è illuminante a proposito. Il potere, quello che si erge su di noi, non può che mentire, nascondere e forse è meglio così, non si può sempre dire tutta la verità. Ma essendo il sistema democratico fondato sul principio di verità e libertà della parola, ecco l'importanza della menzogna. 
Welcome in interesting Times, titolo del libro del filosofo Slavoj Žižek, riprende un rituale della tradizione cinese, secondo il quale per augurare sfortune e tempi duri si augura: «Che tu possa vivere in tempi interessanti!» I tempi interessanti sono i tempi di WikiLeaks, del sistema universitario che si avvia a trasformarsi in una macchina della produzione seriale del capitalismo, dell´alienazione del singolo schiacciato dalla bugia democratica. La domanda circa il progresso che stiamo vivendo, lo sviluppo delle grandi potenze mondiali è il Leitmotiv di questi tempi interessanti. Si vive in società moderne e liberali, viviamo di social networks e privilegi mai avuti prima, eppure tutto questo realizza una trama molto fitta in cui la libertà è il grande assente, o meglio, la vittima sacrificata. Il quadro che si evince dalla lucida riflessione di Žižek, in cui compare anche il paradigmatico caso Berlusconi, è un racconto dei tempi della menzogna, che non sono terminati con la conquista dei valori democratici ma ne sono causa. Più dei tempi, è interessante quanto un principio buono come quello democratico non possa che restare vivo solo soffocando il principio stesso, se stesso.

24 novembre 2012

I delitti della Rue Morgue - Edgar Allan Poe

Le facoltà mentali che si definiscono analitiche non sono in se stesse molto facilmente analizzabili. Le possiamo apprezzare soltanto dai loro risultati. Quello che ne sappiamo è che per chi possegga al massimo sono una delle più vive fonti di piacere. Come l’uomo forte gode della sua forza fisica e si compiace durante gli esercizi che mettono in azione i muscoli, così l’analitico coglie il suo momento di gloria in questa attività mentale la cui funzione è risolvere. Trae godimento anche dalle più banali occasioni in cui possa impegnare il proprio talento,. Va pazzo per gli enigmi, i rebus i geroglifici; in ogni soluzione dispiega una capacità di acume che per la gente comune assume le proporzioni del miracolo. I risultati ricavati genialmente dallo spirito e dall’assenza del metodo , hanno, in realtà, tutto l’aspetto dell’intuizione.

Nel 1841 Edgar Allan Poe scrive I delitti della Rue Morgue inaugurando il genere poliziesco, denominato in Italia letteratura “gialla” (il termine si deve alla collana Il Giallo Mondadori, ideata da Lorenzo Montano e pubblicata in Italia da Arnoldo Mondadori a partire dal 1929: il termine giallo, dal colore della copertina, ha sostituito in Italia quello di poliziesco, rimasto peraltro nei paesi francofoni – http://it.wikipedia.org/wiki/Letteratura_gialla), cui seguiranno Il mistero di Maria Rogêt (1842) e La lettera rubata (1844) nei quali compare il primo detective della letteratura, Auguste Dupin.
Lo stile di Edgar Allan Poe, anche se del tutto originale, può iscriversi nell'ambito della letteratura romantica, arricchita da un gusto del nero e del gotico.
La sua poetica precorre il simbolismo, volgendo, come Baudelaire, l'attenzione verso le zone oscure della psiche, rappresentando le contraddizioni, le lacerazioni e gli enigmi di una condizione dell’anima.
Il simbolismo di Poe allude analogicamente ad un orrore che richiama qualcos’altro: un senso del perduto, di un’armonia remota e per sempre passata (questo spesso è il presupposto del racconto – un cambiamento in peggio), basti pensare al nevermore (“mai più”) della poesia Il Corvo.
La tensione drammatica dei racconti di Poe è, inoltre, accentuata anche da una forte drammaticità puritana, che fa da sfondo e da prospettiva ai turbamenti rappresentati dall'autore.

28 ottobre 2012

I quaderni di Serafino Gubbio operatore - Luigi Pirandello

Pirandello

Studio la gente nelle sue più ordinarie occupazioni, se mi riesca di scoprire negli altri quello che manca a me per ogni cosa ch'io faccia: la certezza che capiscano ciò che fanno.
In prima, sì, mi sembra che molti l'abbiano, dal modo come tra loro si guardano e si salutano, correndo di qua, di là, dietro alle loro faccende o ai loro capricci. Ma poi, se mi fermo a guardarli un po' addentro negli occhi con questi miei occhi intenti e silenziosi, ecco che subito s'adombrano. Taluni anzi si smarriscono in una perplessità così inquieta, che se per poco io seguitassi a scrutarli, m'ingiurierebbero o m'aggredirebbero.

12 ottobre 2012

Fuga nelle tenebre - Arthur Schnitzler

Arthur Schnitzler

Bussarono; il consigliere si destò e al suo involontario «Avanti!» comparve subito sulla soglia il cameriere con la colazione, ordinata come sempre per le otto. Il primo pensiero di Robert fu che la sera prima aveva di nuovo dimenticato di chiudere la porta a chiave; ma non ebbe quasi il tempo di cedere al disappunto per questo nuovo segno di sbadataggine, poiché la sua attenzione fu subito attratta dalla corrispondenza posata sul vassoio della colazione accanto a tè, burro e miele.

7 settembre 2012

Morte nel pomeriggio - Ernest Hemingway

Hemingway

La prima volta che andai a una corrida mi aspettavo di rimanere inorridito e forse nauseato da ciò che mi avevano detto sarebbe accaduto ai cavalli. Tutto quello che avevo letto intorno all'arena insisteva su questo punto; la maggior parte di coloro che ne scrivevano condannavano le corride come una stupida faccenda brutale, ma anche coloro che ne parlavano bene, considerandole dal punto di vista spettacolare e come esibizione di abilità, deploravano l'uso dei cavalli con tono di scusa. L'uccisione dei cavalli nell'arena era considerata insostenibile. Ritengo che da un moderno punto di vista morale, vale a dire da un punto di vista cristiano, l'intera corrida sia insostenibile; c'è senza dubbio molta crudeltà, c'è sempre morte e non intendo tentare di sostenerla ora, ma soltanto di raccontare onestamente la verità che ho scoperto a questo proposito.
Per far questo devo essere assolutamente sincero, o tentare di esserlo, e se coloro che leggeranno questo libro decideranno con disgusto che è scritto da qualcuno che è privo della loro finezza di sensibilità, non mi resta altro da fare che ammetterlo per vero. Ma chiunque legge queste pagine può formulare con fondatezza un giudizio soltanto quando, sia uomo che donna, abbia visto le cose di cui si parla e conosca veramente quali sarebbero le sue reazioni ad esse.


20 agosto 2012

Memorie del sottosuolo - Fedor Dostoevskij

Memorie del sottosuolo
Sono un uomo malato... Sono un uomo cattivo. Un uomo sgradevole. Credo di avere mal di fegato. Del resto, non capisco un accidente del mio male e probabilmente non so di cosa soffro. Non mi curo e non mi sono mai curato, anche se rispetto la medicina e i dottori. Oltretutto sono anche estremamente superstizioso; beh, almeno abbastanza da rispettare la medicina. (Sono abbastanza colto per non essere superstizioso, ma lo sono.)Nossignori, non voglio curarmi per cattiveria. Ecco, probabilmente voi questo non lo capirete. Be', io invece lo capisco. Io, s'intende, non saprei spiegarvi a chi esattamente faccia dispetto in questo caso con la mia cattiveria; so perfettamente che neppure ai medici potrò farla non curandomi da loro; so meglio di chiunque altro che con tutto ciò nuocerò unicamente a me stesso e a nessun altro. E tuttavia, se non mi curo, è per cattiveria. Il fegato mi fa male, e allora avanti, che faccia ancor più male!

«Ci sono autori per cui non servono introduzioni. La lettura delle loro opere è un rischio che ogni lettore deve correre in modo individuale, autonomo: troverà sempre una risposta, che nessun altro gli potrà mai suggerire.» (Fausto Malcovati, introduzione alle “Memorie del sottosuolo“ di Fedor Dostoevskij).

12 luglio 2012

Il giorno della civetta - Leonardo Sciascia

Il giorno della civetta

L'autobus stava per partire, rombava sordo con improvvisi raschi e singulti. La piazza era silenziosa nel grigio dell'alba, sfilacce di nebbia ai campanili della Matrice: solo il rombo dell'autobus e la voce del venditore di panelle, panelle calde panelle, implorante ed ironica. Il bigliettaio chiuse lo sportello, l'autobus si mosse con un rumore di sfasciume.

24 giugno 2012

Lo straniero - Albert Camus

Albert Camus

Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so. Ho ricevuto un telegramma dall'ospizio: «Madre deceduta. Funerali domani. Distinti saluti». Questo non dice nulla: è stato forse ieri. L'ospizio dei vecchi è a Marengo, a ottanta chilometri da Algeri. Prenderò l'autobus delle due e arriverò ancora nel pomeriggio. Così potrò vegliarla e essere di ritorno domani sera.