Ormai è assodato: Cirpì e Maresco si sono (artisticamente) separati. Daniele Cirpì, come abbiamo scritto in un post l’anno scorso, ha girato il film È stato il figlio, con Tony Servillo e Alfredo Castro. Oggi apprendiamo da un articolo de «Il Fatto Quotidiano.it» che Franco Maresco ha quasi ultimato il film documentario Belluscone. Una storia siciliana. Chi ha avuto qualche dimestichezza col mondo tragironico e dadaista del duo più dissacrante d’Italia – provate a vedere Totò che visse due volte – non si stupirà del titolo; è proprio lui: Berlusconi. «Noi non dobbiamo chiederci cosa ha fatto Berlusconi per la Sicilia» ha dichiarato il regista, «ma cosa sarebbe Berlusconi senza questa terra. E la risposta è niente».
Con interviste ad Antonio Ingroia, Gioacchino Genchi, Leoluca Orlando, Gianfranco Miccichè, fino a Marcello Dell’Utri, Maresco indaga i profondi legami di Berlusconi con questa terra: «Più che a un docufiction mi piace pensare che assomigli a un B-movie di fantascienza».
Abbiamo scritto «quasi ultimato» perché è una produzione indipendente alla quale mancano ancora circa 250 mila euro per terminare il film. Così, quando l’undici gennaio, alla cineteca di Bologna è stato presentato il progetto, proiettando cinque minuti del lavoro realizzato, è stata lanciata una sottoscrizione popolare intestata al comitato A Silvio… dalla Sicilia con Amore – Banca Unicredit, Agenzia Roma San Pantaleo – 36011; IBAN: IT32W0200805022000101752854.
Eccoci arrivati al periodo dell’anno preferito dai cine-deficienti: l’appuntamento col film di Natale. «Che male c’è? Ci facciamo due risate» pensa il buon uomo. E no! L’uomo ha sviluppato la vergogna come deterrente dell’immoralità, del dilagare di cattive abitudini deleterie per il genere umano – e non sto assolutamente parlando di cattolicesimo – per cui è bene imparare a vergognarsi, e possibilmente a sottrarsi, a questa (ennesima) infausta tradizione natalizia.
«...adoro la macchina da presa, è un modo per eprimermi, io sono la macchina da presa».
(Dario Argento)
L'attrice Chiara Caselli premia Dario Argento (foto di Emiliano E. Zammitti)
Il Maestro di cinema Dario Argento, in occasione della XV edizione del Costaiblea Film Festival di Ragusa, è stato premiato con il Carrubo d'oro, un premio alla carriera che sottolinea la straordinarietà autorale del nostro cineasta, cui andar fieri, e che tutto il mondo ci invidia. Un appuntamento ghiotto per gli amanti dell'arte cinematografica, per i cultori del cinema terrifico, nonché per i cinefili più esigenti. Un'occasione ad altissimo tasso di emozione garantita dalla proiezione di Profondo Rosso sul grande schermo (cosa più che rara), anche se il cartellone ben nutrito comprendeva altri titoli fondamentali della filmografia argentiana, ma principalmente per l'occasione di poter incontrare il Maestro e provare la gioia di sentirlo parlare del suo cinema; di espedienti tecnici; di talune sue caratteristiche artistiche; del rapporto con gli attori; dell'uso stereoscopico adotto per il suo nuovo film... etc.
Sia da agentiano che da cinefilo, per quanto possa valere la mia testimonianza, oltre la felicità ovvia da me provata, posso garantire la riuscita di questo evento magistralmente organizzato in terra sicula, finanziato dal Ministero dei Beni Culturali, con l'intento distintamente volto a trattare la cultura del cinematografo come patrimonio da preservare. Tutto ciò confermato durante i tre giorni della manifestazione, anche grazie alla consueta retrospettiva Maestri del cinema italiano, quest'anno dedicata ad Argento, per l'appunto.
Il cinema italiano del passato, indubbiamente lucente, è stato un caposaldo e un punto di riferimento per ogni cinematografia nel mondo. Ma, forse, avremmo assistito a un'altra storia, difficile da immaginare, qualora non fossero state create le colonne sonore che l'hanno caratterizzato, un felice sposalizio, in cui più delle volte la musica ha determinato l'immortalità del prodotto film. La forza evocativa delle immagini di un film, per forza di cose, è indissolubilmente legata alla colonna sonora, alla cosiddetta musica per cinema, che funge essa stessa in qualche misura da racconto e fulcro evocativo: un ondeggio emozionale, una trapelante rilucenza di note; declinandosi in varie forme: in note di supporto, o descrittive, o narrative, o di accompagnamento, o di enfatizzazione, in base alle esigenze filmiche, che i compositori nostrani hanno creato sempre con vivida originalità, tenendo precipuamente in considerazione la tradizione musicale più colta, o meglio anche la tradizione musicale più colta, melodrammatica e romantica. La storia del cinema italiano ha conosciuto delle coppie di registi e compositori di musiche per cinema, eccelse come poche, due esempi per tutti: Morricone/Leone, Rota/Fellini.
«Anche a me piacerebbe fà er cinema. Se saprei come cazzo se fa!»
Joe Morelli, L’uomo delle stelle
Sabato sera La valigia dei sogni, su La7, ha trasmesso il film L’uomo delle stelle, di Giuseppe Tornatore. Quello che il maestro siciliano ha rivelato alle telecamere, nell’intervista trasmessa al termine del film è stato, per i cinefili, un piccolo scoop.
La pellicola, una specie di road-movie siciliano, narra le vicende di Joe Morelli, un talent scout che gira l’isola in cerca di volti nuovi per il cinema. Davanti alla sua macchina da presa sfileranno visi e voci ironici o drammatici, testimoni autentici del popolo che avrebbero mandato in visibilio De Sica, Zavattini o Rossellini. Morelli si scoprirà un truffatore, che aveva inconsapevolmente catturato nella pellicola i desideri, i sogni, le intime confessioni – penso a quella strepitosa del personaggio interpretato da Leo Gullotta – della gente comune. Il finale ricorda un po’ Nuovo cinema Paradiso, con Sergio Castellitto (bravissimo protagonista) che riascolta le voci che aveva registrato e ricorda il Grand Tour antropologico che ha vissuto. Ma il finale non sarebbe dovuto essere questo.
Giuseppe Tornatore
All’intervista concessa a La valigia dei sogni Tornatore ha raccontato che aveva scritto (ed era pronto a girare) un finale completamente diverso: Joe Morelli/Castellitto esce dal carcere, riprende possesso del suo furgone, e in una campagna siciliana si imbatte casualmente nella troupe che sta girando il film Il brigante di Tacca del Lupo di Pietro Germi – per tutta la prima parte della sua carriera Germi ha diretto film di denuncia sociale, prevalentemente girati in Sicilia. Qualcuno della troupe accetta di acquistare per poco il materiale cinematografico che Morelli/Castellitto ha con sé, e questi, con il denaro, compra un biglietto per ritornare a Roma. Sul treno si imbatte nuovamente in uno della troupe del film di Germi, che sta andando nella capitale per consegnare le “pizze” girate da sviluppare. Castellitto si accorge che tra le “pizze” c’è pure una delle sue, che in una scena successiva Pietro Germi visionerà estasiato dall’espressività di quei volti a dall’autenticità di quelle confessioni. Il film si sarebbe poi concluso in un cinema romano, dove un anziano Castellitto assiste a una proiezione. Lo “sforamento” dei costi previsti non ha permesso a Tornatore di proseguire il film come aveva scritto e ha dovuto inventarsi il finale che è poi stato realizzato.
La versione on-line della «Rivista del Cinematografo», (cinematografo.it) annuncia l’esordio (come si direbbe in questi casi: «dietro la macchina da presa») di Carlo Lucarelli. Lo scrittore inizierà l’undici luglio, a Santa Maria di Galeria, nell’Agro romano, le riprese di un film tratto dal suo L’isola dell’angelo caduto, un thriller storico scritto nel ‘99 e pubblicato da Einaudi.
Il romanzo, da molti considerato il migliore di Lucarelli, narra di una misteriosa isola e di misteriosi delitti sullo sfondo degli albori del Fascismo:
Era così buio quella notte che il cielo e il mare erano la stessa cosa, talmente neri e stretti e lucidi che sembrava di stare sospesi nel vuoto. E se serrava le palpebre, e le copriva con la mano, e premeva, forte, lo spazio che vedeva dietro agli occhi, cieco come quello in cui si formano i pensieri, era nero come quel mare e quel cielo, infinito e nero. E anche il sale che gli toccava le labbra, e quel sapore sottile di petrolio e motore e il sospiro appena soffiato del legno che sfiorava il mare sembravano venire dal niente e svanire subito nel silenzio opaco e nell’odore immobile di quella notte.
Lucarelli come scrittore non si discute, ma ha anche fatto l’autore televisivo, il conduttore, lo sceneggiatore, sempre raggiungendo buoni (o ottimi) risultati. Spero in questa nuova veste non faccia un passo falso, come a molti suoi colleghi è capitato.
Nove minuti e trenta di silenzio; non una parola; una sola attrice in scena. Basterebbe questo filmato tratto da Youtube a mostrare tutta la poesia nera di cui è capace il maestro francese.
La storia di Carol, una seducente – ai limiti dell’erotico – Catherine Deneuve che sprofonda, lentamente, in un gorgo magmatico di follia, è descritto da Polański tramite efficacissime incursioni nel surreale. Nei prolungati silenzi, (nei quali la macchina da presa mostra di non provare il minimo imbarazzo), ricorda la tensione psicologica di Bergman; nel lavoro raffinato sui rumori – la sveglia, l’acqua del bagno – ricorda le atmosfere imbastite da Mario Bava. La casa abitata da Carol diventa metafora della sua mente malata e comincia a riempirsi di crepe, fenditure: indizi di crollo.
Il film è stato girato a Londra nel 1965 e appartiene alla prima fase della sua attività di regista. Solo due anni più tardi incontrerà, e successivamente sposerà, Sharon Tate, nel ’69 brutalmente assassinata dalla setta di Charles “Satana” Manson.
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