Da tempo lamentavo che anche il “salotto” di Fabio Fazio su RaiTre – Che tempo che fa – non ospitasse altro che eleganti marchette televisive: il nuovo libro dello scrittore, il nuovo film del regista, ecc., essendo del tutto scomparse le interviste senza scopo di lucro. Ma ieri, sabato 26 novembre, ecco apparire Ettore Scola, l’ultimo grande maestro del cinema italiano.
Da vero fan del regista ho goduto parecchio ad ascoltarlo, anche se non si è parlato molto del suo cinema. La sua presenza in TV è comunque un evento.
Vorrei proporre un suggestivo parallelo: Romano Prodi come Michele Misseri.
Il “professore” – Prodi, non Misseri – è stato protagonista della prima di tre puntate che La7 ha organizzato, dal titolo Il mondo che verrà; praticamente delle lezioni di economia, sullo sfondo dei cambiamenti mondiali. Dice bene Aldo Grasso sul «Corriere» quando sostiene che Prodi sembra «ringiovanito»; lucido, sciolto e soprattutto CHIARO nel parlare – lo ricordate da premier, bofonchiante e indaffarato com’era?
Anche “zio Michè” – proprio lui, quello del delitto di Avetrana – sembra ringiovanito; dopo la detenzione e il ritorno a casa (da solo) ha messo su occhiali da intellettuale, qualche chilo, ha perso qualche anno e sfoggiato un’autorità che nessuno, in famiglia, sembrava volergli riconoscere. Insomma, fuori dalla politica l’uno, e dalla famiglia l’altro, sembrano stare molto meglio.
La TV italiana, si sa, è sempre stata “buonista”, piaciona; ingenuamente in lotta contro un mondo “brutto sporco e cattivo”, da combattere coi sentimenti buoni – quelli di una volta – le virtù dell’educazione, della mediocrità, e di un garbato razzismo. È tutta un’esaltazione di pii sentimenti, moralità e religiosità ostentata che mi ricorda – chissà perché – il manganello fascista.
Dalla «TV del dolore» mi sembra si sia passati, in questi ultimi flatulenti anni, alla «TV del pianto». Nel senso che tutti piangono; ma la cosa più sorprendente è che non fanno finta – no – piangono per davvero! Dunque non parlo dell’intrinseco connotato televisivo – la finzione – ma dell’emozione. Non mi pare che in passato si sia visto un tale plotone di occhi umidi come in questi ultimi anni.
Ammetto la mia ignoranza televisiva, perché da anni ormai non riesco più a guardare la televisione soprattutto a causa dei palinsesti (e dell'invadenza della pubblicità). Ma la mia scarsa pazienza nel ricordare orari e trasmissioni scontava l'eccezione per alcuni contenitori culturali come Passepartout, condotta egregiamente da Philippe Daverio. La notizia è di pochi giorni addietro, ossia la chiusura del programma pur godendo di una perfetta salute di ascolti. La RAI soffre da anni una crisi di identità, perdendo il suo ruolo di servizio pubblico e di educatrice del cittadino e con questo tassello aggiunge un surplus davvero preoccupante. Il tabula rasa della cultura che sta attraversando l'Italia dai teatri sino alla TV sembra essere la naturale soluzione all'imbarbarimento del nostro paese.
L’ultima “lettera dal nord” di Antonio Scurati – la rubrica che tiene all’interno della trasmissione televisiva Parla con me – è una breve ma acuta analisi della contemporaneità, dall’undici settembre alla crisi internazionale.
La bella Manuela Arcuri, con una performance artistica indegna perfino per lei, impazzava nelle reti televisive fino a poco tempo fa, pubblicizzando il romanzo di Luigi Alfonso Marra Il labirinto femminile, quando della reazione ironica (impressionante per mole) che ha scatenato gli internauti è giunta notizia anche ai giornali. Lo spot, effettivamente, è di una bruttezza imbarazzante e sembra provenga dritto dritto dall’estetica degli anni ’80. Dopo il ritiro dalla programmazione e una serie di interventi e interviste dello stesso Marra, la promozione del romanzo riprenderà, ma con un nuovo spot che vede stavolta come testimonial un’intellettuale: Lele Mora. Stessa musica da thriller e stessa estetica del precedente.
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