Morì a trentun anni, le sue cellule no. E, da allora, la scienza continua a vivere dentro una storia che parla di cura, ingiustizia e memoria.
Morì a trentun anni, le sue cellule no. E, da allora, la scienza continua a vivere dentro una storia che parla di cura, ingiustizia e memoria.
Il 7 gennaio 1943, al trentatreesimo piano del New Yorker Hotel, morì un uomo che aveva contribuito a cambiare il modo in cui il mondo produce e utilizza l’energia. Nikola Tesla aveva ottantasei anni. La porta della stanza 3327 era chiusa, la città continuava a illuminarsi e milioni di persone vivevano già dentro una civiltà che egli aveva contribuito a immaginare. La scena è potente, ma va liberata dalla leggenda. Tesla non fu il profeta solitario al quale dobbiamo ogni tecnologia moderna, né il martire perfetto di una scienza incapace di riconoscere i propri figli. Fu un inventore reale, geniale e contraddittorio, capace di vedere sistemi prima ancora che esistessero gli strumenti necessari per costruirli.
L’Odissea di Christopher Nolan ha generato tante critiche ma anche tanti ammiratori. Da un lato, viene tacciata di essere antistorica, forzatamente inclusiva (si veda la polemica sull’Elena nera) e non rispettosa della vera storia di Odisseo; dall’altro, è stata apprezzata la capacità del regista di condensare nel film aspetti che nel poema omerico vengono accennati o comunque sono insiti, come la caduta dell’età del Bronzo o il tema dell’ospitalità. Al netto delle opinioni personali, il colossal di Nolan impone al pubblico una riflessione estetica: qual è il rapporto tra un capolavoro consolidato e un’opera d’arte derivata? Quando la distanza con l’impianto originario diventa eccessiva per recriminare l’unità col modello?
Dalla sensualità senza tempo delle dive del cinema italiano agli algoritmi dei social network, il modo di raccontare il corpo femminile continua a trasformarsi. Ogni epoca sembra proporre un proprio modello estetico dominante, spesso destinato a essere sostituito da quello successivo. Oggi il ritorno delle forme morbide viene interpretato da molti come un segnale di cambiamento, ma la domanda resta aperta: stiamo assistendo a una maggiore libertà di espressione o semplicemente all’alternarsi di nuovi canoni?
Dalla tesi del 1937 al MIT alla teoria dell’informazione del 1948: la storia dello scienziato che ha dato forma al digitale e parla ancora all’intelligenza artificiale.
Prima di toccare un'opera, il restauratore deve capire cosa c'è sotto. E spesso, quello che trova racconta secoli di storia dimenticata.
Dal floppy disk all’intelligenza artificiale, le tecnologie non spariscono: cambiano forma e continuano a governare i nostri gesti.
Tra fisica e informazione, una riflessione sull’AI come equilibrio tra energia, incertezza e conoscenza.
Dalle voci di una presunta “ribellione” delle macchine ai veri problemi di sicurezza e progettazione: cosa ci insegna il dibattito scientifico sul comportamento inatteso dei sistemi intelligenti
Spegnere le notifiche per non lasciarsi consumare dal rumore dei missili e dei comunicati gelidi non è disinteresse, ma un riflesso di autodifesa. Quando l'orrore diventa un bombardamento perenne, il rischio è di ritrovarsi anestetizzati, con il volume emotivo che si abbassa fino al silenzio. È in mezzo a questo rumore che l'arte diventa necessaria, quasi come l'aria. Non è un rifugio per scappare, ma un modo per non farsi mangiare dal cinismo e proteggere quella fragilità che ci ostiniamo a voler tenere viva.
Tra curve probabilistiche e paesaggi accidentati, la conoscenza algoritmica promette orientamento, ma impone responsabilità critica nell’attraversare l’incertezza.
Nel lavoro di Blacksy l’arte non è mai semplice rappresentazione, ma un processo di interrogazione profonda sull’esistenza. Non si limita a mostrare, ma attraversa; non descrive, ma interroga. La sua ricerca si muove lungo un territorio sospeso tra intimità e universalità, dove l’esperienza individuale si trasforma in linguaggio condiviso e la materia si carica di significati simbolici, diventando corpo sensibile del pensiero.
Nel secolo scorso il critico d’arte insieme al gallerista erano le due figure chiave su cui si reggeva il sistema dell’arte per relazionare pubblico e artisti. In un panorama di interessi quanto mai variegato ma effervescente il critico d’arte si ergeva per la sua capacità di proiettare la sua luce sapienziale su questo o quell’artista così da orientare gli interessi dei collezionisti se non addirittura di indirizzare le mode.
Perché l’intelligenza artificiale non sta sostituendo i giornalisti, ma sta riscrivendo le regole dell’accesso, della visibilità e del potere informativo
Ci sono diverse chiavi di lettura per analizzare il cinema, la sua storia, la sua evoluzione. Ci si può soffermare su aspetti tecnici e formali oppure sui suoi contenuti, sui messaggi che negli anni ha veicolato. C’è anche la possibilità di affidarsi allo sguardo di chi, pur non facendo direttamente cinema in prima persona, è comunque parte integrante del mondo della cultura del Novecento. Per questa ragione, può essere molto interessante approfondire il punto di vista che una delle scrittrici più note e popolari della modernità ci ha consegnato sulla settima arte, Virginia Woolf.