Dal floppy disk all’intelligenza artificiale, le tecnologie non spariscono: cambiano forma e continuano a governare i nostri gesti.
Dal floppy disk all’intelligenza artificiale, le tecnologie non spariscono: cambiano forma e continuano a governare i nostri gesti.
Tra fisica e informazione, una riflessione sull’AI come equilibrio tra energia, incertezza e conoscenza.
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Possono due storie all’apparenza così distanti, scritte a quasi due secoli di distanza l’una dall’altra, essere in realtà molto più assimilabili e in dialogo tra loro di quanto non sembri? È probabilmente questo il caso del racconto Memorie di un pazzo scritto dall’immenso autore russo Nikolaj Gogol’ e Menodramma, romanzo scritto dalla giovanissima e promettente Maria Castellitto, che ci portano entrambi all’interno di una crisi interiore (la quale, in quanto umana, diventa a sua volta automaticamente universale).
Cosa succede quando si delega la scrittura all’intelligenza artificiale? Il dibattito sul suo utilizzo è polarizzato: chi la rifiuta e chi la considera un supporto lecito per l’attività creativa. Come per qualsiasi strumento, il punto non è soltanto la qualità del prodotto, ma cosa accade a chi smette di scrivere. Quello che rischiamo di perdere va oltre il testo. È il modo in cui, scrivendolo, chiariamo il nostro stesso pensiero.
Bambini… Quante volte abbiamo immaginato di essere ancora bambini? Quel mondo spensierato, fatto di unicorni e zucchero filato, di arcobaleni e nuvole a forma di cuore… Che paese magnifico! Uno Stato senza violenza, un paese senza guerre e senza invidie, senza pregiudizi e senza paura, superbia o rabbia… Un paese senza adulti… L’autrice, Ondine Khayat, dotata di straordinaria sensibilità e di una penna irresistibilmente attraente, non avrebbe potuto scegliere titolo migliore. “Il paese senza adulti” assume, sotto l’urto della focalizzazione infantile, i tratti inediti di una dimensione metafisica, dove i bambini del mondo possano essere felici, sappiano ancora sorridere e sperare, quando la vita vera diventa un incubo, miliardi di incubi e il cielo è nero e le mousse al cioccolato si trasformano in fango scuro che imbratta sogni e colori.
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Se pensiamo alla letteratura russa pensiamo senz’altro ai grandissimi nomi del XIX secolo come Tolstoj, Dostoevskij o Gogol… se però vogliamo andare un po’ più a fondo e capire meglio i meccanismi e la relazione tra la Russia e i suoi letterati, non si può non prendere in considerazione alcuni autori che hanno scandito il ritmo della cultura russa nel periodo tra l’ascesa dell’Impero sovietico e il suo fisiologico declino…
Nel panorama della letteratura italiana del Cinquecento esistono opere che, pur nate con ambizioni elevate, sono progressivamente scomparse dalla memoria culturale. Tra queste si colloca Il Costante, poema epico composto da Francesco Bolognetti, autore bolognese attivo nella seconda metà del XVI secolo. L’opera, strutturata in sedici libri e scritta in ottave, rappresenta uno dei tentativi più significativi di rinnovare l’epica italiana dopo il successo travolgente dell’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto. Attraverso la figura di un eroe fedele fino al sacrificio, Bolognetti costruisce una narrazione che riflette profondamente sulle virtù morali e civili celebrate dall’umanesimo rinascimentale. Sebbene oggi il poema sia quasi dimenticato, la sua lettura permette di comprendere meglio le tensioni culturali e letterarie di un’epoca che cercava nuovi modelli per l’epica moderna.
Dalle voci di una presunta “ribellione” delle macchine ai veri problemi di sicurezza e progettazione: cosa ci insegna il dibattito scientifico sul comportamento inatteso dei sistemi intelligenti
Spegnere le notifiche per non lasciarsi consumare dal rumore dei missili e dei comunicati gelidi non è disinteresse, ma un riflesso di autodifesa. Quando l'orrore diventa un bombardamento perenne, il rischio è di ritrovarsi anestetizzati, con il volume emotivo che si abbassa fino al silenzio. È in mezzo a questo rumore che l'arte diventa necessaria, quasi come l'aria. Non è un rifugio per scappare, ma un modo per non farsi mangiare dal cinismo e proteggere quella fragilità che ci ostiniamo a voler tenere viva.
Tra curve probabilistiche e paesaggi accidentati, la conoscenza algoritmica promette orientamento, ma impone responsabilità critica nell’attraversare l’incertezza.
Cosa hanno in comune la Creatura di Frankenstein di Mary Shelley e Denji di Chainsaw Man di Tatsuki Fujimoto? Non la violenza, non il corpo mostruoso, non il rifiuto sociale. Quello che li accomuna è più preciso e più scomodo: nessuno dei due ha avuto un'infanzia. Entrambi vengono costruiti per servire, uno dalla scienza ottocentesca, l'altro dall'economia neoliberale giapponese, e nessuno dei due riceve gli strumenti per essere qualcosa di più di uno strumento. Questo articolo sostiene che la modernità produce, in epoche diverse, soggetti biologicamente umani ma socialmente non formati, e che la cultura li chiama mostri perché non sa dove altro collocarli.
Due film, due luoghi isolati, due protagonisti vittime della pazzia e del male che si ripete sempre uguale a se stesso
Nel lavoro di Blacksy l’arte non è mai semplice rappresentazione, ma un processo di interrogazione profonda sull’esistenza. Non si limita a mostrare, ma attraversa; non descrive, ma interroga. La sua ricerca si muove lungo un territorio sospeso tra intimità e universalità, dove l’esperienza individuale si trasforma in linguaggio condiviso e la materia si carica di significati simbolici, diventando corpo sensibile del pensiero.
La tecnica della stampa fu inventata nella seconda metà del Quattrocento a Magonza. Danke, Herr Gutenberg! Ne conseguì che la meccanizzazione della produzione di testi scritti (non solo libri) rese molto più rapida la diffusione del sapere. Poteva mai la Chiesa, specie in quel periodo denso di oscurantismo, starsene a guardare? Certo che no. Il Vaticano decise di elaborare al più presto nuove forme di controllo. Detto, fatto: nel 1559 papa Paolo IV, non a caso passato alla storia come il Papa Inquisitore, poco prima di morire il 18 agosto, come ultima e decisiva volontà firmò il famigerato Index librorum prohibitorum, da allora in poi aggiornato periodicamente (si contano una ventina di aggiornamenti ufficiali) fino al Novecento, quando la Congregazione per la dottrina della fede decise di sopprimerlo definitivamente il 4 febbraio del 1966. Tecnicamente l'Index fu abrogato nel contesto delle riforme introdotte dal Concilio Vaticano II, sotto papa Paolo VI.